sabato 29 dicembre 2007

2007, odissea nella spazzatura

Si sa: i cattivi sono meglio degli stupidi perchè qualche volta si riposano, e a Natale diventano anche più buoni. Gli imbecilli, invece, non si riposano mai, sono sempre in attività frenetica e, quando assurgono ad incarichi pubblici, allora esplodono in una fantasmagoria di bischerate, cazzate, coglionaggini ed italiche stronzate che, se lo viene a sapere il NYT, ci fa cacciare dalla NATO, dall'ONU, dalla UE, dall'OMS, dall'FMI e pure dalla FMB (Federazione Mondiale Bocciofili).
Avevo raccontato della disavventura nel mondo della monnezza napoletana per la quale l'ufficio tributi del Comune di Napoli mi richiede il pagamento della TARSU per l'anno 2005, per una casa lasciata nel lontano 1996, e dove abita ora un'altra persona che sta pagando (per non avere il servizio, considerate le montagne di monnezza che fra poco competeranno con il Monte Somma ed il povero Vesuvio che si sente fremere dentro dalla vergogna.)

E' accaduto che in questi giorni natalizi l'ufficio tributi del Comune di Napoli mi abbia chiesto altri euro per la TARSU relativa all'anno 2006, quando io ero ormai un certificato cittadino milanese.

E così dovrò gestirmi due contenziosi per cartelle esattoriali con la bronto-sauro-crazia italica.

E tutto questo nel 2008, nell'era dell'informazione, e quando in Italia esiste una legge antiterrorismo, ancora vigente, che impone a chi occupa un alloggio di segnalarlo alle autorità di Polizia, cioè sempre allo Stato, che quindi ben sa che: io non abito più là, ora non abito più là, ho una casa bellissima, ma che non sta più a Napoli (da cantare sulle note della "Gatta" di Gino Paoli).

Buon anno 2008 e che la Befana vi porti l'occasione di andarvene per sempre all'estero.

In un qualsiasi paese civile.

Cioè in tutti quelli dell'ONU esclusa la Repubblica Italiana.

giovedì 20 dicembre 2007

Perchè il NYT ci ha "trattato"

Il New York Times (NYT) ci ha definito un paese triste ed in declino e molti si sono rizelati, a cominciare dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che, alla sua veneranda età, dovrebbe conoscerlo bene questo paese e perciò evitare di difendere anche l'indifendibile.
Vorrei però rassicurarloperchè il NYT ci ha fatto un trattamento di favore in quanto, non avendo i suoi giornalisti la sfortuna di vivere in un paese dove l'amministrazione pubblica tortura i suoi cittadini, nemmeno si immaginano che siamo in effetti in totale disfacimento.

Vivo a Milano dal luglio 2005 ed in precedenza abitavo a Napoli in una casa dove ci sono stato dal 1996 (novantasei). In precedenza abitavo in un'altra casa dove ci sono stato dal gennaio del 1973 (settantatrè) al 1996 (novantasei). Ciò premesso, accade nel 2007 (duemilasette) che l'ufficio tributi del comune di Napoli vuole che io paghi la TARSU per il 2005 (cioè per il ritiro e riciclo della monnezza!) per l'appartamento che io ho abitato dal 1973 al 1996 dove, per altro, c'è un altro contribuente che paga regolarmente e che mi ha fornito copia delle bollette (ta-da!) del 2005. Sapete perchè di tutto questo? Io sono ancora censito come abitante del vecchio appartamento perchè non c'è alla mia posizione il piano e l'interno. Cosa accade adesso? Devo dimostrare all'ufficio tributi con una bolletta del gas, dell'enel o con la disdetta del contratto di locazione che /io non abito più la, ora non abito più là, ho una casa bellìssima, bellissima ma che non sta a Napoli/ (da cantare sulle note delle Gatta di Gino Paoli).
Il problema è che dopo 10 anni e due traslochi è difficile trovare le bollette del gas, dell'enel o la finita locazione e quindi mi sto arrabbattando per dimostrare in qualche modo che /non abito più la, ora non abito più la/....
Ma non è finita perchè qualcuno potrebbe pensare che solo il sud è un disfacimento.
Quando mi sono trasferito a Milano nel luglio 2005 ho fatto la denuncia di occupazione al Comune di Milano e l'ufficio tributi del comune di Milano, che ha sede a circa 1 km dall'anagrafe (in città ed in zona servitissima dai mezzi pubblici), mi ha mandato la cartella per la TARSU nel 2007 e dopo che sono andato due volte a fare una fila di 60 persone, in media, per vedere perchè non mi mandavano la bolletta per la TARSU (ritiro e riciclaggio monnezza che a Milano almeno si fa ed è giusto pagare). In parole povere, il comune di Milano non ha preso soldi per due anni, tutto questo nell'epoca dei computer, anche se bastava mandare uno dei migliaia di dipendenti del Comune di Milano a portare a mano la mia richiesta di iscrizione all'anagrafe fino all'ufficio tributi. Cosa per altro piacevole perchè una bella passeggiata fra bella gente e bei negozi.

Buone feste e fujtevenne!

venerdì 30 novembre 2007

Il banchiere sempre in piedi

Qualche giorno fa Draghi aveva messo le mani avanti facendoci sapere quello di cui tutti si erano accorti: le banche centrali non sono in grado di "capire" le economie diventate troppo complicate. Ciò nonostante la FED e la BCE intervengono a testa di cane ed i disastri dell'aumento indiscriminato dei tassi le vediamo nelle nostre tasche sempre più al verde.
Oggi abbiamo un'altra chicca di un altro ex banchiere centrale, TPS, che sul Corrierone ci fa sapere un'altra ovvietà: che le banche centrali non sono fra loro coordinate e lui auspica che più prima che poi si metta in piedi un meccanismo di sorveglianza europea (ma così limitato a che serve?) che possa capire come i flussi finanziari si muovono in uno spazio ormai ad enne dimensioni.

Considerato che i banchieri centrali escono quasi sempre indenni da qualsiasi crisi economica, anche ne se sono fra i maggiori responsabili, queste uscite sembrano un classico "mettere le mani avanti", magari per non essere coinvolti in qualche tumulto di piazza che, prima o poi, scoppierà in qualche parte d'Europa quando le persone comuni, consumati gli ultimi risparmi, esauriti tutti i lavori legali, grigi ed in nero, si renderanno conto che non si può più comprare pane e latte.

Come Ercolino sempre in piedi, famoso giocattolo premio della Galbani, anche i banchieri centrali non cascano mai grazie ad un solida base di leccaculo spontanei, fatta sopratutto di commentatori economici incompetenti.

venerdì 23 novembre 2007

Volo cieco

Sul Corriere del 23 novembre il buon Draghi si è lasciato sfuggire una interessante perla:

"...la diffusione di nuovi strumenti finanziari rende anche più difficile l'interpretazione di alcuni indicatori tradizionali delle banche centrali, in particolare l'andamento della moneta e del credito. Hai detto cotiche!

In un altro post di settembre avevo già espresso qualche dubbio sulla capacità della FED e della BCE di guidare economie complesse ed interconnesse con il solo strumento del cambio. Oggi scopriamo dal candido Draghi, la fatina che doveva risolvere tutti i nostri problemi bancari, che Bernake e Trichet non hanno nemmeno il cruscotto da cui ricavare indicazioni su che sta succedendo.

Siamo messi proprio bene: 500 milioni di europei e 300 milioni di americani affidati a due piloti che volano nel nebbione, senza strumenti e forse anche con gli occhi bendati.


lunedì 19 novembre 2007

Il fattore umano

Tutti gli scenari ci dicono che quello dell'energia, a meno di qualche coniglio estratto dal cappello di un qualche genio, è un problema senza soluzione.

Qualsiasi risorsa energetica è destinata ad esaurirsi, è troppo costosa da gestire o è impraticabile come lo è la folle idea che carburante derivato da prodotti agricoli, sufficiente per le attuali e future esigenze, possa essere prodotto su questo pianeta. Infatti, fatti quattro conti della serva, si è visto che ci servirebbe un altro pianeta Terra da mettere a cultura per produrre bioetanolo o biodiesel.

Quello che è strano in questi discorsi, ed anche in quelli che riguardano l'inquinamento, è che nessuno parla mai della causa scatenante la penuria di energia, il rarefarsi delle materie prime e dell'effetto serra.

Nessuno che dica una verità incontrovertibile: il pianeta Terra è sovrappopolato e ne occorrebbe già un altro mezzo in più per dar da vivere agli umani che lo abitano oggi.

Anzi, invece di convincere gli abitanti del sud del mondo a non affollare il nord del pianeta, già troppo sovraffollato, si fa a gara a chi intruppa ancora più gente in Europa dove i posti a sedere sono già esauriti da un pezzo, così come sono terminati gli strapuntini ed i posti in piedi.

Ma nessuno se ne vuole accorgere: chi vende case vuole altri abitanti, chi mette su supermercati vuole altri clienti, chi produce case e prodotti per i supermercati vuole altra gente che costruisca case e che raccolga pomodori e fragole da vendere nei supermercati.

Finchè, un bel giorno, qualcuno, schiacciando l'interruttore, si accorgerà che la luce non arriva più.

giovedì 15 novembre 2007

Singapore sotto dittatura e Italia democratica

Come ci ricorda il buon Beppe Severgnini sul Corrierone del 15, a Singapore (ahime! sotto un durissima dittatura) c'è tantissimo ordine, e qualcuno penserà: pure troppo, è una vergogna.

Ma da noi, anche solo l'uno percento dell'ordine di Singapore ci andrebbe di lusso, rispetto allo sfascio totale che parte dalla testa (e che fete sempre di più di giorno in giorno) e arriva fino all'ultimo degl italiani che ci sguazza benissimo in questa abominio che è l'Italia del 2007

2007! Avete capito bene! Non 1859, ai tempi di quel retrogrado del Papa Re, di quel sanguinario di Radeztsky e di quei fetentoni dei Borboni.

L'amara constatazione è, nella improbabilisssima ipotesi che anche da noi ci fosse un qualcuno/a con gli attributi per dare al paesone chiamato Italia una bella regolata, che dopo qualche mese di dovuta faccia feroce si ridurrebbe comunque ad una dittatura molto all'acqua di rose, o meglio, alla sciacquatura bisunta di piatti e tazze.

D'altra parte siamo il paese che ha inventato: l'opera dei pupi, l'opera buffa e le arlecchinate che oggi, dalle tavole della Scala, del San Carlo e della Fenice, si sono trasferite nei salotti TV.

Severgnini, invece di farci sognare di avere una infima percentuale dell'ordine che regna sovrano a Singapore farebbe bene a fare il suo dovere civico di intellettuale giramondo avvisando chi può di lasciare la nave Italia ASAP perchè il disastro combinato dagli argentini sarà niente di fronte alla durisima nasata che stiamo per prendere.

domenica 11 novembre 2007

l'Italia del Panopticon fiscale

Una delle follie illuministiche è il Panopticon, un tipo di costruzione carceraria che permette, da un solo punto centrale, di controllare una grande serie di celle, senza che i carcerati si possano rendere conto di essere controllati e che, perciò, si dovrebbero autodisciplinare in quanto non sanno mai quando l'occhio che tutto vede si poserà su di loro.

Questo principio fisico è derivato da quello filosofico di uno stato totalizzante che obbliga tutti i suoi cittadini a comportamenti virtuosi creando strutture di sorveglianza globale che, proprio perchè ritenute efficaci contro i comportamenti devianti, sono invocate e messe in atto dagli stessi cittadini.


La follia di questa richiesta è massima anche in materia fiscale quando i cittadini italiani chiedono che siano messi in piedi sistemi di conflitto di interesse (che non esistono in nessun paese del mondo) che dovrebbero magicamente costringere il medico o l'idraulico, che non emette la fattura, ad essere costretto a fare il suo dovere perchè lo stato mette in piedi un sistema elettronico di sorveglianza globale che vede ogni transazione economica e quindi ogni reddito, con lo scopo nobile di far pagare tutti e quello più meschino di evitare di pagare le proprie tasse, o pagarne di meno.
Insomma il panopticon fiscale si invoca nell'illusione tipica italiana che siano sempre altri che debbano pagare e che l'essere costretti a pagare è una specie di ingiustizia.

venerdì 2 novembre 2007

Se proprio uno deve...

L'anziana mamma di un amico si preoccupava del poter finire seppellita nel cimitero della sua città. Un grande cimitero affollato, triste e caotico come può essere solo un cimitero di una metropoli. E perciò aveva pregato i suoi figli di seppellirla in quello di Vico Equense, sulla costiera sorrentina, perchè almeno di là si poteva godere del panorama del golfo di Napoli, con il Vesuvio da un lato e Capri immersa nel mare.

Parecchi avranno il loro cimitero preferito dove vorranno essere sepolti e, se il luogo è anche un posto ameno e panoramico, l'andarsene, se proprio uno se ne deve andare, sarà forse meno duro.

Questo di Saint Tropez non è male, anche se è un posto che è meglio goderselo da vivi.

giovedì 1 novembre 2007

Locuste e pecorai

La vacca Generali dal suo tranquillo pascolo triestino ha scoperto di essere una preda bella grassa per i fondi locuste che vanno a caccia di occasioni per massimizzare l'investimento dei propri clienti. Come al solito c'è qualche italiano, anche fra gli addetti ai lavori, che cade dal classico pero e si meraviglia di questa novità che in un tempo molto rapido farà passare in mano ai fondi tutte le aziende quotate italiane che sono assolutamente non in grado di difendersi da una potenza di fuoco (cioè di denari) che, come si è espresso un gestore di fondi americani, è in grado di "ingoiare l'intera borsa italiana in una settimana".

Evidentemente nelle nostre aziende non ci sono strategist, cioè gente il cui lavoro è quello di pensare a quello che succederà fra tre, quattro anni, e si preferisce gestire il contingente con un orizzonte che non va al di là dei bastioni di Milano, delle mura aureliane e dei murazzi torinesi.

Quest'estate ne ho conosciuta una, Laura, una smartissima 30enne bostoniana italo-americana di NYC, che deve prevedere, senza palla di vetro e turbante da maga di Tobruk, cosa succederà nel mondo della moda fra tre, quattro e cinque anni perchè la sua catena di 49 negozi di moda deve sapere per tempo: chi saranno i futuri clienti, chi avrà soldi da spendere, quanto potranno spendere, come cambia l'antropologia culturale e quali impatti avrà sull'altezza della vita dei jeans e sulla lunghezza delle gonne.

E non è un caso che questo succeda in USA, in parte anche in UK e FR, e molto poco da noi. Per oltre 70 anni le nostre classi intellettuali di qualsiasi genere sono state arruolate per far scoppiare una rivoluzione e/o per impedirla e/o, al limite, edulcorarla e, nel frattempo, si è impedita e spenta ogni capacità di analizzare con l'occhio dell'intellettuale i segnali che il futuro lancia sempre all'oggi.

Questa è la ragione per cui da noi generi come la fantascienza non sono mai stati troppo amati e questa è anche la ragione per cui si è dato l'ostracismo a Pasolini la cui fine, tragica e banale, è stata catturata anch'essa per farne un tassello per una rivoluzione che non c'è stata e mai ci sarà.

Questo è un paese che cammina lentamente perchè ha la testa completamente rivolta al passato, remoto, of course, perchè l'Italia è rimasto culturalmente un paese bucolico dove il pastore userà anche il cellulare, ma per segnalare al suo aiutante che può bruciare il bosco per fare prato perchè non c'è in vista nessuna guardia forestale e non ci sono in orbita satelliti per scoprire in tempo gli incendi!

mercoledì 24 ottobre 2007

Volenterosi sognatori.

Qualche tempo fa è nato il gruppo di pressione dei Volenterosi, degne, stimabili e colte persone che però sembrano non avere nessuna consapevolezza della realtà "effettuale" e di cosa occorra per non fare la fine dell'Argentina (se non peggio). Se il buon giorno si vede dal mattino, leggendo le proposte di legge pubblicate sul loro sito, si vede che, al solito, si comincia a dialogare di massimi sistemi, si pongono le basi per una specie di nuova costituzione, ma non si affronta il nodo strutturale che ci ha portato a questo punto (forse senza ritorno).

Il vero problema è la crescita improduttiva della spesa pubblica. Improduttiva in termini di servizi resi (una pletora, ma non quelli che servono per lo sviluppo) e perchè non è nemmeno un motore dell'innovazione come è, ad esempio, buona parte della spesa pubblica USA per il settore militare (cfr Guarino "I soldi della Guerra").
Una spesa che cresce perchè non c'è un immediato raccordo fra chi spende, chi preleva ed i cittadini che potrebbero esercitare un controllo diffuso per censurare le amministrazioni locali se queste abusano dei loro soldi. Tutte le specie di imposte, tasse e accise, sono decise dal potere centrale e gli organi periferici si limitano a spendere e spandere senza rendere conto a nessuno. Viviamo in mano ad amministrazioni deresponsabilizzate che, dopo avere folleggiato, scaricano i problemi sullo stato centrale che deve indebitarsi. Ed il saccheggio è diffuso in ognuna delle miriadi di strutture edificate ad hoc per permettere di favorire gli amici degli amici ed in ogni parte dell'ex belpaese. Le ragioni di questo derivano dallo stato sabaudo, uno staterello centralista, militarizzato (l'unica loro istituzione ereditata funzionate sono i CC), diffidente verso i sudditi per i quali devono essere minuziosamente elencate una serie infinita di istruzioni, regolamenti, leggi e interpretazioni delle leggi al solo scopo di tenerli rigidamente inquadrati e coperti. Non per niente l'unico orgoglio dell'esercito sabaudo, poi passato pari pari in quello italico, è l'Ordine Chiuso, cioè il marciare in ordinati quadrati per la masturbazione mentale di sergenti, colonnelli e generali. Un ordine chiuso che è anche nella mentalità ministeriale che, molto a torto viene definita borbonica, mentre è in tutto e per tutto ancora umbertina. L'importante non è amministrare bene ma controllare benissimo i sudditi ed, infatti, abbiamo il più grande apparato di polizia del mondo in rapporto alla popolazione (400.000 uomini e donne, fonte il Corriere) ed i controlli fiscali li fà, caso unico nel mondo democratico, una forza armata. Nel contempo abbiamo 4 delle più potenti, organizzate e feroci organizzazioni criminali del mondo e ne stiamo allevando "amorosamente" almeno altre 4 (cinese, russa, albananese,rumena). A questo punto, converrà che la prima e più veloce riforma da fare è una specie di "liberi tutti" di tipo fiscale/amministrativo: ogni struttura decide cosa vuole dare ai cittadini ed i cittadini la pagano direttamente ai loro amministratori. Come in un condominio. Lo stato centrale e la UE stabiliscono solo i livelli minini e fanno i controlli che siano applicati, mentre intervengono solo per sanare gli squilibri, ma solo dopo che il comune di Napoli o quello di Milano si vendono tutto il patrimonio non necessario e che oggi non rende, ma serve a favorire gli amici degli amici. Perchè il comune di Milano ha un bellissimo ed antico palazzo a corso di Porta Romana? A che gli serve? Quanto ne ricaverebbe? Ma questo piacerebbe veramente ai veneti seccessionisti o ai trentini/ladini/tedeschi, super foraggiati per non farli scannare? Io non credo perchè vorrei vederli pagare al comune di Treviso o a quello di Bozen direttamente il costo della polizia e degli insegnanti come si fa negli Stati Uniti.
E tutto questo non si vede nello sforzo dei volenterosi che lo saranno pure, ma che sembra dormano anche loro con la classica "zizza in bocca".

domenica 14 ottobre 2007

Illusione. dolce chimera sei tu!

Alle prime primarie si vide, in maglioncino di cachemire compitamente in fila fra operai e precari in giubbini di poliammide in saldo, l'AD di una grande banca che "sperava in una politica migliore" che doveva fare quel povero e poco colpevole Prodi che oggi tutti, da destra e da sinistra, vorrebbero cancellare con una bella mano di vernice coprente per dimenticarsi che in tantissimi lo avevano acclamato come ennesimo ed inutile uomo della Provvidenza.
Oggi, 15 ottobre 2007, qualche altro milione di illusi (speriamo non gli stessi di allora) si sono messi in fila e si sono ritrovati sempre l'AD dell'altra volta, con un nuovo maglioncino di cachemire, ma hanno avuto anche la gradita sorpresa, sopratutto per l'occhio bavoso dell'italiano maschio medio, di avere fra i votanti anche la signora Afef, maritata Tronchetti Provera, cioè una povera miliardaria, anche lei andata a votare perchè "spera in una politica migliore" che dovrà fare (si spera) il buon Walter Veltroni, leader per acclamazione del Partito Democratico.

Un partito che pare faccia già onore al suo nome: Democratico. Infatti, mette insieme precari a 600 euro al mese, pensionati al minimo, operai in attesa di licenziamento, bancari ridotti in miseria, casalinghe disperate (per i prezzi del pane) ma anche l'AD di una grande banca che si porta a casa qualche milione di euro all'anno ed anche le mogli dei miliardari in euro.

Più democratico di così!

sabato 13 ottobre 2007

La bottiglia è quasi vuota

Qualche decennio fa, quando in USA nacque il movimento ecologista, l'astrofisico Carl Sagan mostrò con un semplice esperimento a cosa ci avrebbe portato la devastazione senza freni delle risorse del nostro pianeta.

Sagan prese una bottiglia nella quale c'era solo un po' di latte. Nella bottiglia sigillata chiuse alcune mosche che, utilizzando il latte come alimento, si riprodussero facendo aumentare rapidamente il consumo di latte e di aria.
Dopo qualche tempo latte e aria finirono e subito dopo morirono anche tutte le mosche.

Più o meno è quello che capiterà agli umani che stanno devastando l'unico pianeta abitale che c'è nel giro di qualche miliardo di anni luce. Piccolo particolare che ci dice che, almeno per il momento, dobbiamo rimanere su questa Terra, devastata, violentata e depredata, e che qui dovremo morire, senza acqua, senza energia e con troppe armi in giro per scannarci meglio. Il che, se avvenisse presto, non sarebbe un male, per i superstiti!

La cosa divertente di questa situazione è che i genetisti cercano di farci guarire da tutte le malattie. E c'è anche chi si preoccupa, come Boncinelli, del rischio che diventiamo immortali.

Immortali? E per respirare che cosa?

venerdì 12 ottobre 2007

Pericolo immigrazione? No problem

L'immigrazione è un fenomeno soggetto alle leggi della demografia e dell'economia e nessuno può pensare di controllarla con leggi rachitiche, sparuti pattugliatori d'alto mare e patetici muri come quelli fra il Messico ed il Texas. Da quando esiste l'uomo la gente si sposta dove c'è una possibilità di fare una vita migliore di quella che si può ragionevolmente sperare di avere nel paese di origine. Questo significa che anche un ricco ed anche un borghese può desiderare di emigrare, se le condizioni del suo luogo di origine non sono percepite come consone alle sue aspirazioni. Per cui uno scienziato, che non trova fondi nel proprio paese, fosse pure la Finlandia, emigrerà in USA perché li troverà capitali e strutture che gli permetteranno di inseguire il suo sogno. In definitiva tutti sono potenziali emigranti purché il luogo di arrivo sia ritenuto migliore di quello di partenza. Anche chi viene a prostituirsi di sua volontà fa un ragionamento economico: vendersi in Romania per pochi euro è molto meno gratificante del vendersi in Italia per cifre che, portate al paese, sono delle fortune che permetteranno alla ex battona di dimenticare il suo turpe passato.
Magari, da vecchia, e ricca signora, diventerà anche una accesa sostenitrice della religione e di partiti politici che vorranno salvare le future battone che stanno per partire per un altro paradiso economico.
Ciò premesso, perché l'emigrazione, che fa tanta paura oggi, non sarà un problema nel medio periodo?
La ragione è sempre quella economica. Con l'aumento del costo dell'energia un paese come l'Italia si troverà sempre più spiazzato sul costo della produzione ed anche su quello del costo della vita.
E chi, immigrato o nativo, poteva vivere con una cifra si troverà a non poter più vivere come prima quando i costi aumenteranno per effetto dell'aumento del costo energetico.
A quel punto chi è già immigrato cercherà in tutti i modi di resistere nel paese che lo ha ospitato con il rischio però di essere il primo ad essere emarginato. Infatti, se i costi aumentano, diminuiscono anche le possibilità di impiego per gli immigrati che, in gran parte, sono usati in lavori di assistenza alla persona (colf, badanti, camerieri) ed in attività criminali che gli sono appaltate dalla criminalità indigena.
Ma se i costi aumentano è ovvio che il pensionato non potrà più avere la badante, la signora che lavorava perderà il posto e non si potrà più permettere la colf ed anche la delinquenza dovrà stringere la cinghia perché il vizio è possibile solo nelle società opulente dove ci si può permettere la costosa dose di polverina o di andare un paio di volte a settimana dalla battona.
A questo fenomeno si deve aggiungere la desertificazione, di cui già si vedono i segni, e che farà diminuire l'acqua in molte zone dell'Italia rendendo la vita impossibile a chi vi abita e, con il costo dell'energia elevato, non sarà nemmeno pensabile di dissalare l'acqua di mare e/o recuperare le acque luride.
Lo scenario nel medio periodo vede perciò un'altra emigrazione, prima di persone dal sud desertificato e senza lavoro al nord e poi dei giovani verso l'estero per mancanza di prospettive in Italia.
Insomma l'immigrazione non è che un problema momentaneo perché fra poco il nostro problema sarà quello di farci accogliere come emigranti in qualche paese più fortunato.

mercoledì 3 ottobre 2007

L'euro guidato dai ciechi

Quello che sta accadendo nella gestione dell'euro è ben descritto dalla parabola del cieco che guida i ciechi dipinta da Pieter Bruegel il Vecchio.

La cecatissima Bundesbank, ancora ossessionata, dopo 90 anni, dall'inflazione galoppante del primo dopoguerra, guida una BCE, ancora più cecata, che si trascina dietro la più che miope Commissione e tutti gli altri orbi che sono gli altri governatori.

Adesso, dopo che Sarkozy ha rotto un po' le scatole, qualcuno dei ciechi comincia ad avere dei dubbi su dove stiamo andando, sopratutto perché l'euro sta a 1,41 sul dollaro. Si cercano perciò rimedi disperatamente, dopo che, da buoni cecati, Bundesbank e BCE hanno ancora di più aggravato una situazione di crescita senza freni dell'euro grazie ad aumenti continui ed acritici dei tassi, fatti, non tanto per rispettare una ragionata e razionale politica monetaria, ma solo per non prendere cazziatoni dai tedeschi e dai pierini italici, sempre pronti a dare ragione a chi sembra che ne sappia più di loro.

Purtroppo, quello che non capiscono questi cecati, che non vedono e non vedrebbero nemmeno se fossero mezzi orbi o con 10/decimi, la crescita dell'euro non dipende dai tassi, ma dalla svizzerizzazione dell'intera Europa che, per quanto obsoleta, arretrata, anzianotta e poco pimpante, rimane nell'immaginario collettivo del resto del mondo un posto sicuro e dove si vive bene, e da questo scaturisce l'apprezzamento per la nostra moneta, ancora non abbastanza ri-valutata, che potrà arrivare nel 2008 a 2 dollari per un euro senza che Bundesbank e BCE ci potranno fare niente.

Se Trichet & C, fossero andati qualche volta a fare due chiacchiere con un cireneo qualsiasi in una qualsiasi parte del mondo, si sarebbero accorti da un pezzo che l'euro ha un suo particolare fascino per gli extracomunitari che, appena sanno che siete europei, la seconda cosa che vi chiedono è di vederlo questo fantomatico euro, segno evidente che la moneta non è una merce come le altre e non risponde alle logiche razionali degli economisti ma, molto di più, a quelle del fashion.

Come ci sono signore disposte a spendere 42.000 dollari per una borsa di Vuitton, come ci sono cinesi disposti a spendere 300.000 dollari in contanti per comprare una Ferrari Scaglietti, come ci sono persone disposte a dare una cifra blu per una notte con Pamela Anderson, così ci sono milioni di persone nel mondo che non ragionano quando si tratta del valore intrinseco di una moneta, non fanno elucubrati collegamenti con il PIL sottostante all'euro o al dollaro. La gente, molto più semplicemente, non fa ragionamenti: ama una cosa (l'euro) piuttosto che un altra (il dollaro) per ragioni non tecniche e perciò assolutamente in contrasto con la razionalità teutonica della Bundesbank e con quella opportunistica dei loro economisti-plaudatores italiani.

martedì 2 ottobre 2007

Occidente in declino?

Sul Corriere di sabato 29 settembre 2007 c'è un'immagine scattata nel Mapoyna Mall di Soweto (Sudafrica), ex baraccopoli dove i bianchi dominanti ghettizzavano un tempo un milione di autoctoni.
Nella foto si vede una folta folla di donne africane, nessuna bianca e qualcuna decisamente in estasi, di fronte ad una esposizione bella piena e zeppa di folte parrucche, messe in bella vista su mensole a parete come si fa da noi in un negozio di sportswear con le scarpe da jogging, quelle da running e quelle solo da passeggio per finti sportivi.

La cosa notevole è che tutte le parrucche sono lisce, al massimo leggermente ondulate, e qualcuna osa anche colori dal castano scuro al rosso tiziano, forse destinate ad esibizioniste estreme.

Siccome tutti gli economisti del pianeta su una sola cosa sono d'accordo: che l'economia è controllata dalla mano femminile, e basta provare a comprare un'auto contro il parere di una moglie, è evidente che, per adeguarsi all'icona standard della donna consumatrice, buona parte se non tutte le donne del mondo cercano in ogni modo di adeguarsi al modello della donna occidentale con: capelli ondulati, tailleurino, borsa a tracolla ed anche tutto quello che non si vede perché sotto panni. Un chiaro segno che l'Occidente sarà pure in declino, ma i suoi modelli standard continuano a mietere fashion victim, anche fra le signore di Soweto.

Di solito in Occidente i negozi che vendono parrucche sono spesso vicino a posti tristi come le cliniche dei tumori, per dare un sollievo estetico a quelle poverine che perdono il capelli con la chemio. Invece in Sudafrica quel negozio di parrucche è un luogo allegro, dove una donna con tanti bei capelli crespi cercherà di essere più interessante, imitando Naomi Campell, Halle Berry o Rihanna per la gioia sua ed eventualmente del suo amore.

domenica 30 settembre 2007

Le tre regole che ci rovinano

La vita di una nazione, insieme di una popolazione su un territorio, può essere basata su tante regole fondamentali ed accettate da tutti.

Regole che non sono state scolpite su tavole di pietra, ne vergate su fogli di pergamena e nemmeno scritte su solenni dichiarazioni firmate dai padri della patria in un giorno fatidico della Storia.

Più banalmente, sono quelle che tutti osservano senza nemmeno accorgersene perchè ingurgitate alla zizza materna, molto spesso tacite ed opportunamente sottaciute, sopratutto quando, come nel caso italico, si tratta di regole da non sbandierare ai quattro venti per non farci prendere a fischi e pernacchi dagli altri popoli.

E si che sarebbero regole che dovrebbero essere ricamate con filo d'oro sulle bandiere dei popoli italici, che siano il tricolore di tutti, il sole camuno dei padani, il leone veneto o i quattro mori sardi.

Tre regolette, osservate pedissequamente da tutta la nazione, dalla Vetta d'Italia a Lampedusa, nelle valli e sui monti più alti, nelle città e nel più piccolo villaggio. In ogni tempo, con ogni tempo, da qualsiasi italiano e sicuramente anche da qualsiasi governo repubblicano.

  1. E' un figlio di mamma, vale a dire che non è il caso di scioccare un giovane virgulto italico o una futura promessa sculettante con una bella sospensione di un mese quando il ragazzo e la giovinetta, i cocchini di mammina dolce e di papino amoroso, sfogano la loro esuberanza giovanile sfondando le porte dei bagni della scuola, infilano lattine nella tazza del cesso per intasarlo, imbrattano monumenti che tutto il mondo ci invidia (e solo per quello).
  2. E' padre di figli, cioè, non è il caso di rovinare un pater familia con una bella salatissima multa, la confisca dell'auto e magari qualche anno di carcere quando viene preso con una prostituta minorenne, tiene a bottega un lavoratore in nero, prende una fasullissima pensione di invalidità.
  3. Chi te lo fa fare, regola aurea su cui si basa la vita economica, sociale e politica della nazione, quella Grundnorme che invita a non farsi gli affari degli altri onde evitare problemi futuri per se e per i suoi.

venerdì 28 settembre 2007

Medici pignoli e guanti di lattice

Ad una conferenza dove si discute sull'utilizzo delle tecnologie dell'informazione per gli acquisti nella Pubblica Amministrazione, cioè l'insieme di metodologie mutuate dal settore privato che va sotto il nome di e-procurement, si scopre che la nostra PA non sta tanto male perchè la crescita anno su anno di uso di questi strumenti fa balzi anche del 400%.

E si che ne abbiamo bisogno, quando ci sono ben 40.000 organismi, fra PA centrale e periferica, che possono ordinare merci e servizi, il tutto con i nostri soldi, ovviamente!

Però sembra che si comincino a vedere anche dei sensibili risparmi perchè con questi metodi si possono gestire anche delle vere aste on-line che, a differenza di quelle di e-bay, funzionano al contrario: vince il fornitore che fa l'offerta più bassa. Quindi prezzi più bassi per merci e servizi e più efficienza della macchina della PA.

Efficienza che non è nella testa di quei primari di un ospedale pubblico del nord Italia che, per fare il capitolato di appalto per i guanti chirurgici necessari, ci hanno impiegato appena sei mesi.

Ci possono essere tante ipotesi sul perchè ci sia voluto tanto tempo.

Forse quei medici sono precisi, scrupolosi, e forse un po' troppo pignoli.

Forse è che, fra una prostectomia e un bypass coronarico, quei medici non hanno mai avuto il tempo per riunirsi per decidere quali erano le caratteristiche ottimali del guanto di lattice che salvaguardasse nel contempo anche il migliore rapporto fra qualità del guanto ed il costo per il servizio sanitario regionale.

Forse.

giovedì 27 settembre 2007

Internet: dalle 8:30 alle 17:00

Italia del nord, ore 23 del 26 settembre 2007, inizio del terzo millennio ormai alle spalle, un cittadino, che si illude di vivere in un paese moderno e del g8 (ancora per poco), cerca di pagare tramite la Internet la terza rata della tassa per la rimozione dei rifiuti solidi urbani, anche detta TARSU, relativa al 2005, 2006 e 2007.

E non perchè lui sia moroso, ma molto più semplicemente l'ufficio tributi del comune si è accorto di avere nuovo cittadino contribuente da dover far pagare ben due anni dopo che l'anagrafe ne era stata messa a debita conoscenza ed anche opportunamente compulsata.

Ma questa è un'altra storia.

Il cittadino convinto di essere suddito di un paese moderno accede al sito per i pagamenti tramite Internet, immette il numero della cartella di pagamento, il codice fiscale, il numero della rata da pagare e poi, per ben tre volte, viene avvisato che il sistema non è disponibile.

Ergo, per pagare la RSU, nel 2007, in Italia, forse bisogna osservare un orario di sportello comodo per l'azienda che riscuote le tasse anche quando si usa la Internet.

mercoledì 26 settembre 2007

Il pesce fete dalla coda

Italiani (forse) in rivolta per le malefatte della classe dirigente denunciate dai grilli parlanti e da giornalisti molto documentati sulle pagliuzze d'oro nell'occhio dei politici ma con grosse opportune fette di prosciutto sui loro occhi quando si tratta di guardare anche alle diffuse malefatte degli stessi cittadini sudditi italici che, come Pinocchio, prima vanno a leccare il culetto al Mangiafuoco del momento, per averne prebende e favori, e poi invocano una Buona Fatina per toglierli dai guai che loro stessi hanno contribuito a creare.
Guardiamo ai giornali, anche quelli nazionali, quotati in borsa e con bilanci in attivo. Nel 2006 hanno avuto da mamma Roma ben 667 milioni di euro pari a 1.291 miliardi di lire.

E i giornalisti? Chissà perchè, loro, i censori della pubblica moralità, debbano avere lo sconto per i viaggi sui treni di Trenitalia, una società formalmente per azioni che però continua a fare sconti ai privilegiati e far pagare il biglietto intero a tutti gli altri poveri fessi.

Tanto per esempio: Milano-Roma in Eurostar AV per i comuni mortali costa in prima classe 74 euro e 51 in seconda, mentre i giornalisti fustigatori di costumi pagano rispettivamente 66,60 e 45,90. Non è tanto, ma anche questo è privilegio di casta non proprio così casta.

Roma sarà pure ladrona ma alla zizza gonfia della lupa capitolina non allattano solo Romolo e Remo!

martedì 25 settembre 2007

e se nessuno ci va? (a votare)

Negli anni della guerra nel Vietnam c'era una corrente protestataria che si esprimeva nello slogan:

suppose they gave a war and nobody came?

Che, in parole semplici e piane, dice che, se i cittadini si rifiutano in massa di aderire ad un precetto dell'autorità, diventa impossibile per l'autorità stessa soddisfare la sua voglia, legittima o illegittima che sia.

Siccome, più prima che poi, si dovrà andare a votare di nuovo, supponiamo che tutti noi in massa ci rifiutassimo di prendere la scheda per le province.

Che cosa succederebbe?

sabato 22 settembre 2007

Tutto il potere all'advertising

Il New York Times ha deciso che l'accesso al giornale tramite Internet sarà gratuito.
Anzi, il NYT ha anche rimborsato gli abbonati, che è un bel gesto di customer care per noi italici abituati a vedere che le telco fanno prezzi più bassi ai nuovi abbonati e lasciano invariati quelli dei vecchi clienti.

Siccome al NYT non sono benefattori, ma capitalisti che si fanno i due conti in croce, avranno trovato il modo di recuperare dagli inserzionisti pubblicitari i dieci milioni di dollari che incassavano come abbonamenti on-line.

Questo modello di business, dove la pubblicità paga le notizie, non è cosa nuova in quanto ogni pubblicazione di informazione, quotidiana, settimanale, mensile che sia, copre buona parte dei costi ed ottiene anche utili soprattuto dalla vendita della pubblicità in tutte le sue forme.

C'è quella esplicita, le grandi pagine che costano anche 50.000 euro ad uscita, ma anche i necrologi che, quando muore un personaggio noto, fanno andare in orgasmo da euro i padroni del giornale.
E poi ci sono: gli annunci delle puttane a domicilio, quelli immobiliari, le ricerche di personale, che spesso si mettono solo per fare scena perchè il posto è già assegnato ad un amico del cacciatore di teste, e gli annunci degli enti, che non si capisce perché non li mettano solo su internet risparmiando lo scarso denaro pubblico.

Poi c'è tutta una pubblicità occulta, mascherata ad arte da notizia (e qui si vede il grande giornalista), di quel genere che gli stessi giornalisti chiamano marchetta , definendosi loro stessi prostitute dell'informazione e i giornali una specie di bordelli. A voler essere buoni si può stimare che un buon 60% del contenuto è pubblicato perché qualcuno lo ha pagato ed è stampato/non stampato per far piacere a qualche personaggio potente e/o utile ieri, oggi e domani. E, vista in questi termini, forse ha ragione qualcuno più cattivo che dice che l'unica cosa che non sia a pagamento è la testata ed i numeri di pagina. Tutto il resto è noia e marchetta.

Questa comunella fra pubblicità ed informazione ha creato un rapporto del tutto sbilanciato a favore delle società di advertising, cioè coloro che gestiscono i budget pubblicitari e che sono i veri padroni del mondo in quanto possiedono la chiave del flusso di cassa dell'editoria. Si pubblica solo quello che loro, ed i loro committenti, vogliono che si scriva. Il che significa che la tanto sbandierata e protetta libertà di stampa è tutelata formalmente nelle costituzioni dei paesi liberi, ma, nella prassi, è in libertà condizionata e vigilata.

Uno scenario ben delineato nel libro "Merchant War (I mercanti dello spazio, Urania)" di Frederick Pohl, un romanzo di sci-fi, pubblicato nel 1952, che pone la sua storia nel 2006, e dove l'autore si prefigurava un mondo in cui le società di advertising sono le padrone (anche politiche) del mondo e si fanno anche le guerre pur di catturare un cliente e di raggiungere il dio budget.

Se qualche nostro intellettuale, negli anni 50-70, avesse letto questo ed altri libri di sci-fi, depurate dello space-opera avrebbe trovato le chiavi di lettura del mondo di oggi e non sarebbe caduto dal pero quando un Bloomberg o un Berlusconi, guarda caso magnati della pubblicità, scende in politica. Ed il nostro intellettuale, avventuratosi nel pianeta della fantascienza, avrebbe anche capito che la forza di questi personaggi non deriva dal messaggio che passa nelle loro televisioni, ma dal fatto che migliaia di giornalisti, presunti liberi, devono mettersi a 90° per poter ricevere lo stipendio a fine mese o anche solo 20 euro a pezzo, come capita alle ragazzette fresche di università che sculettano nelle redazioni sperando di diventare grandi firme di un grande giornale dove fare grandi battaglie in nome di grandi ideali mentre invece, tutta la vita, saranno costrette a fare solo grandi marchette, e nemmeno pagate tanto bene.

venerdì 21 settembre 2007

Grillo e l'onanismo politico

Qualche anno fa, di fronte all'orribile edificio del palazzo di giustizia milanese, frotte di nullafacenti esponevano tazebao con "Di Pietro facci sognare" ed altre amenità inneggianti al pool di Mani Pulite.

Com'è andata si sa: qualche indagato si è ucciso dalla vergogna, qualcun'altro ha fatto un po' di carcere, pochi, se non pochissimi, politici si sono ritirati a vita privata e, come si vede dalle sparate 2007 di Beppe Grillo, i posti di quelli che hanno dovuto lasciare la ricca mensa, perchè così fessi da farsi scoprire con i soldi nelle mutande, sono stati occupati da altri politicanti e reggicoda che non si limitino a portarsi a casa qualche cucchiaino d'argento, ma si ingozzano di malloppi più consistenti.

Poi, finalmente, per la gioia del popolo scorticato dalle tasse, dai mutui e dai prezzi assurdi di Malindi, arriva il fustigatore Grillo Beppe, che dice delle sacrosante verità, e che forse faranno cadere qualche politicante di serie B dal suo tronetto d'oro.

E tutti saranno finalmente giustamente felici. Sopratutto il popolo che avidamente si nutre della parola del saggio Grillo parlante. Un pubblico abbastanza giovane e colto, fatto dei figli di quelli che andavano a fare i guardoni alle performance di Di Pietro & C, davanti a quell'orribile grigio palazzo di giustizia di Milano.

E, come i loro padri, i folgorati dal verbo di Grillo si accontenteranno di un po' di onanismo politico invece di fare una bella rivoluzione che è l'unica cosa veramente necessaria in questo paese occupato da una classe dirigente (nessuno escluso) che comanda per fottere, e non solo le puttanelle desiderose di un posto in TV.

Pensate che goduria per un politico quando pensa che si sta fottendo 60 milioni di italiani (consenzienti?).

Il Vaffa-day, purtroppo, lo celebra ogni giorno la classe dirigente "alle spalle degli italiani".

giovedì 20 settembre 2007

La ritirata di 100.000 statali

Il governo vuole liberarsi di almeno 100.000 statali con un risparmio di 500 milioni di euro l'anno. Il sindacato è insorto e non si capisce perchè visto che gli esodati prenderebbero lo stesso una retribuzione, chiamata pensione invece che stipendio, alcuni per girarsi i pollici a casa invece che in ufficio.

Piuttosto si devono incavolare le mogli che si vedrebbero ciondolare per casa quello che non è altro ormai che un utile bancomat con due gambe che, per mezza giornata e per 35 anni, era stato parcheggiato al ministero. Magari è ancora sessualmente attivo ed intende dare sollievo alla prostata con accoppiamenti giornalieri al posto della sveltina istituzionale del sabato notte di mezzemaniche italico.

Ma di fronte all'esodo di massa è insorto anche un prof milanese che non deve ancora aver capito che la situazione dei nostri conti pubblici è tale che, prima o poi, ci cacciano dall'UE, con la concreta prospettiva che non ci vorranno nemmeno nel Mercato Comune Africano.

Cosa propone il prof, invece di un volgare esodo di massa indiscriminato? Una cosuccia semplice, semplice: che le varie strutture ed i dirigenti pubblici preposti ad esse organizzino (e già quì siamo nei verbi difettivi), organizzino, si diceva, strumenti per valutare chi è un vero fannullone, ed è bene perciò che se ne vada, e chi invece ha tali qualità che è meglio che rimanga in servizio "per non perdere di colpo altissime professionalità" (Fragorose risate dal pubblico in sala che si scompiscia e non capisce se il prof ci fa o ci è).

Purtroppo ci è, ed anche di brutto, perchè lui è convinto veramente che un paese in via di dissoluzione, a causa di una macchina politica ed amministrativa debordante, sovrabbondante e ingombrante, possa veramente auto rigenerarsi.

Forse qualcuno dovrebbe spiegare al prof che per alcune leggiuzze della statistica, se si eliminano 100.000 persone su 3,5 milioni, i danni ed i benefici sulla funzionalità della macchina pubblica non possono minimamente incidere, considerato che stiamo parlando di far esodare il 2,78% dei dipendenti, per altro anziani e da riadattare.

A suo tempo Poste ed Enel mandarono in pensione decine di migliaia di dipendenti, cioè percentuali molto più grandi del 2,78% e le Poste e l'Enel non solo funzionano, ma funzionano anche meglio di prima. E' bastato cambiare il manico.

mercoledì 19 settembre 2007

Il bruco della Provvidenza

Un paio di anni fa, AD strapagati di importanti banche in cachemirino da libera uscita e miserabili precari con giaccone di poliammide di mercatino rionale si sono impecoronati insieme per andare a scegliere l'eletto-già eletto, il molto on. Prodi, in un rito simil pagano detto "le primarie", farsa all'italiana che scimmiottava una cosa che negli USA è tutt'altra cosa e sopratutto è cosa seria.
Le primarie italiche invece sono sopratutto "cosa nostra" nel senso che le bande dominanti la politica di sinistra, per non essere da meno dei loro avversari di destra, si scelgono nelle serate d'estate sulle terrazze romane il "nuovo eletto" che poi alle primarie farsa diventa "eletto del popolo" con grande gioia del popolo che si sente padrone del proprio destino, in quanto partecipe di democrazia diretta e dall'alto.

Siccome Prodi è un prodotto non più vendibile (ma che sarà sicuramente riciclato) il nuovo eletto-già eletto deve essere una faccia abbastanza nuova, abbastanza presentabile e con una decente faccia di corno vecchio.

Si è scelto il sor Veltroni, quello che il grande psicologo ad honorem Giorgio Forattini disegna come un verde bruco, cioè un invertebrato che scava in silenzio la sua strada in una succosa mela finchè la mela non diventa marcia ed il bruco una svolazzante farfalla, (che di solito muore pochi giorni dopo la metamorfosi).

Siccome il potere rinvigorisce, rigenera e ritempra, la farfalla Veltroni durerà molto a lungo, come per altro le tante altre che ancora svolazzano fra Montecitorio e Palazzo Madama a nostre spese.

Purtroppo, anche questa volta, l'unica cosa che non subirà una metamorfosi sarà la Repubblica Italiana che rimarrà una mela marcia, più guasta e più putrida di prima.

martedì 18 settembre 2007

iPhone liberato

Questa estate, grazie ad un'amica di NYC in visita, abbiamo potuto mettere mano sull'iPhone ed anche telefonare ad un'arzilla signora di Boston che voleva sapere se il suo paesello natio (che non sarà mai rivelato) è sempre sereno, tranquillo ed ameno come lo ha lasciato, con i suoi 1.500 abitanti, acqua pura di sorgente, cieli stellatissimi e tanto verde da far schiattare tutta Legambiente.

Tranquillizata la vecchia signora, come prevedibile, tutte le donne di casa pregavano perchè telefonassi all'amico Ralph nel New Jersey per farmi mandare ASAP il giocattolino, magari uno a testa, perchè in fondo, considerato il cambio ed il costo di solo $399, è abbastanza conveniente per noi ricchissimi europei.

Delusione da suicidio quando si è saputo che l'iPhone funziona solo con la rete di AT&T.

Ma arriva una bella notizia: il gruppo di hacker iPhone Dev Team, che non vuole essere linkato, ha postato un software che sblocca il telefono in pochi minuti, perciò, l'iPhone può essere utilizzato anche con altri carrier; si perde qualche funzione proprietaria di AT&T ma il resto del telefono funziona a meraviglia.

Questo ci fa riflettere sul fatto che nel mondo digitale è proprio dura, se non impossibile, cercare di proteggere qualcosa e perciò occorre scervellarsi per trovare ASAP nuovi modelli di business.

lunedì 17 settembre 2007

Dove investe la multinazionale

Secondo un sondaggio di una multinazionale della consulenza il 25% dei manager considera le dimensioni del mercato e le sue possibilità di crescita come l'elemento più importante per decidere la localizzazione degli investimenti, insieme alla disponibilità in zona di competenze (6%). Altri fattori come le leggi (3%) o l'esistenza di competitor (2%) sono considerati elementi marginali.

Insomma, quello che conta per insediarsi in una zona è solo il mercato.

Mercati che esistono anche nel Sud dell'Italia ma che evidentemente non sono sufficientemente pubblicizzati con un efficace marketing non improvvisato e non affidato a chi ha la tessera giusta in tasca.

domenica 16 settembre 2007

Merda ad Alta Velocità

L'Eurostar Alta Velocità arriva a Milano da Napoli, dopo 6 ore e 12 minuti, più altri 10 di ritardo, dopo aver percorso 848 km alla allucinante velocità media oraria di ben 138 km all'ora.

Roba da schiantare le coronarie di una persona non abituata a tale...lumacaggine!

Scendono tre signore vietnamite, parlano un francese molto meglio di quello di Sarkozy e sono incavolate nere, come lo può essere solo un francese con istituzionale puzza sotto al naso. Poverine, hanno dovuto viaggiare vis-a-vis con una cinese ed è così riemerso l'antico odio degli indocinesi per la sempre ingombrante, e molto razzista, Cina.

Scende anche un pesante tanfo di cesso. Infatti, già a Firenze il bagno delle donne della carrozza uno, (prima classe, 95 euro) è otturato, ricolmo di liquami e non c'è più acqua.

Proprio come accadeva qualche decennio fa su quei treni senza aria condizionata, dove si saliva senza prenotazioni fatte tramite Internet, con il controllore che bucava ancora il biglietto e dove una signora vietnamita poteva anche decidere di non andare a sedersi nello stesso scompartimento di una odiata cinese.

sabato 15 settembre 2007

Ancora mappina verde

L'ora fatidica sul quadrante della Stazione Centrale FS di Milano è scattata! L'Eurostar AV (Alta Velocità, si fa per dire, da Milano a Napoli 6,12 ore!) dovrebbe lasciare Milano per sprofondare nel profondo, oscuro, arretratissimo Mezzogiorno d'Italia.
Però il treno non parte perchè una capostazione in gonella nera e senza cappello rosso, lasciato nel suo box, fischia in un classico fischietto di metallo luccicante sperando che il macchinista, distante tre carrozze, senta il trillo lacerante e cacofonico che lo invita a lasciare la Stazione Centrale FS di Milano, un ameno luogo dove non c'è nemmeno una panchina per aspettare che la lotteria dei binari dica allo smarrito passegero su quale marciapiedi ci si deve impecoronare per prendere il treno e che invece pullula di una fauna pittoresca di dropout nostrani e di importazione.

Il macchinista non sente, forse se ne sta chiuso nel suo abitacolo a prova d'aria e di rumore come ben deve essere la cabina di guida di un treno AV. Probabilmente ha uno specchio retrovisore, magari una fantascientifica telecamera che gli permette di vedere dietro di se i disperati segnali della capostazione col fischio (e senza cappello rosso). Infatti, accade una cosa che sa tanto di vaporiere, carbone spalato, scintille che urtano il parafiamma, il famoso firewall delle locomotive passato a parare i rischi su Internet.

Un'altra signora, forse il capotreno, attrezzata con tailleur pantalone nero e giacca verde FS (tanto simile al verde Alitalia), in testa un ridicolo capello che dovrebbe ricordare quello dei macchinisti delle ferrovie americane a vapore, chiave per chiudere in un sol colpo tutte le porte del treno, tira fuori dalla borsa d'ordinanza una specie di mappina, uno straccio verde stropicciato e con questa comincia a sbandierare all'indirizzo del sordo macchinista che l'ora fatidica è finalmente scoccata sul quadrante della storia.

Sarebbe interessante sapere per quali ragioni le ferrovie continuano a parlarsi a segni e non con comodi ed efficaci segnali radio, o meglio, segnali digitali. Ma qualche volta i ferrovieri lo hanno visto un serial TV o un film di guerra americano dove si vedono tutti quegli omini colorati che lavorano sul ponte di una portaerei? Hanno capito che quei due bozzi che gli coprono le orecchie sono cuffie radio per poter comunicare con la torre di controllo? E a quando anche i ferrovieri si parleranno via etere invece di sventolare mappine verdi come sbandieratori del Palio di Siena?


Un paese non connesso

Sabato mattina di settembre 2007. Interno giorno. Interminabile fila alle casse del supermercato. Bambini che giustamente fanno i bambini e rompono a genitori più che spazientiti e leggermente incavolati.
Che accade? A Milano, capitale economica, finanziaria, tecnologica nonché morale (almeno fino a Tangentopoli) non passano ancora nel limpido cielo le astronavi immaginate dagli scrittori di sci-fi negli anni 50, però, come sarebbe bello, e da paese normale e membro G7 , poter pagare la spesa al supermercato con un pezzo di plastic money.

Con un triste ASSENZA DI COLLEGAMENTO il display LCD della stupefacente cassa self service ci dice una verità ancora più triste, che non farà per niente piacere ad un'altra fatina con i capelli turchini e senza bacchetta magica, quel Mario Draghi portato sugli scudi a fare il governatore di Bankitalia, colui che spesso ci bacchetta da maestrina perchè dovremmo smettere di usare il contante, roba preistorica per pecorai ciociari, massari cilentani, mezzadri piacentini, campieri nisseni, pusher nigeriani e puttane rumene.

Secondo lui, per diventare un vero paese moderno dovremmo usare: bancomat, carte di credito, carte di pagamento, prepagate e, per la gioia delle esosissime banche, sopratutto carte revolving, quelle che poi affogano il malcapitato debitore in un oceano di interessi, poco poco al di sotto del livello di usura.

Gentilissimo signor Governatore della Banca d'Italia, sarebbe bello essere moderni, ma se stamattina centinaia di persone non avessero avuto anche quello schifo di biglietti di banca nel borsellino, col cavolo che avrebbero potuto comprare pane, bresaola e le caramelle a quella pestifera bionda riccioluta di Arianna (3 anni) che fra 15 anni si ritroverà, anche lei, a dover usare il vecchio contante per ASSENZA DI COLLEGAMENTO.

Magari la rediviva liretta, causa nostra cacciata dall'eurozona per evitare di far sfigurare i fratelli europei!

venerdì 14 settembre 2007

Inflazione ufficiale e realtà

Secondo dati ufficiali dell'attuale e del precedente governo l'infazione non cresce grazie alla prudente, accorta, saggia politica monetaria restrittiva della banda di super economisti (super pagati) della BCE.
Però, se consideriamo che in due anni il succo di ananas private label del supermercato è passato da 50 cent di euro a 89 (+78%), ci si rende conto che i numeri sulle sudatisime carte d'or della BCE sono molto diversi dai numeri sui cartellini dei prezzi dei generi di prima necessità, per non parlare dei beni voluttuari dove una pizza margherita d'asporto costa ormai 5,5 euro, cioè ben 10.000 delle nostre antiche lire. Ma secondo i politicanti l'inflazione non c'è, ed i politicanti,come Bruto, sono uomini d'onore.

Chissà perchè, non è stata una bella sorpresa scoprire che il Bancomat del gruppo SanpaoloIntesa, nel menù della scelta del taglio del prelievo, non si ferma più ai classici 250 euro (cioè quasi mezzo milione delle vecchie lire) ma propone la possibilità di prelevare importi anche superiori, fino a 480 euro.

Un evidente segno che almeno i banchieri italiani hanno capito che, nell'epoca dell'euro manovrato dagli gnomi della BCE, con appena 250 euro si fa poco o nulla di questi tempi di inflazione galoppante.

mercoledì 12 settembre 2007

Una rivoluzione bella e impossibile

Nelle altre nazioni, dopo una rivoluzione, si è sempre arrivati a un accordo fra le fazioni, con accettazione del nuovo ordine, anche se ogni fazione rimane con differenti punti di vista.

In Italia, invece, si resta in uno stato di guerra civile strisciante, dove ogni fazione, per prima cosa, non riconosce l'altra come legittimo competitore, e spesso non riconosce nemmeno il nuovo ordine; lo stato attuale delle cose italiche è un'evidente prova di questa situazione, dove ognuno chiede all'altro che abiuri al suo oscuro tragico passato e, quando questo avviene, con una plateale sceneggiata in TV, lo si accusa di opportunismo, mostrando che la guerra civile fredda non finisce mai.

Eppure, a detta di molti storici e commentatori, la guerra civile calda, quella vera, con le stragi, fosse comuni, foibe, strupi, saccheggi, ci sarebbe già stata fra il 43 ed il 45 e, perciò, ci si interroga sul perchè in Italia non si arrivi mai a una pace.

Ma si sbaglia ad attribuire a quei fatti una valenza di guerra civile, che non hanno mai avuto, anche per la limitazione nello spazio e nel tempo. Al massimo s'è trattato di scaramucce, tollerate dagli americani che avevano altro da fare. In effetti è stato un semplice tentativo di alcuni gruppi di mantenere/raggiungere il potere, che però mai veramente hanno cercato l'evento che, nelle altre nazioni, è stato il vero punto di svolta, dopo il quale si accetta il nuovo ordine e le nuove regole.

Questo evento è la Rivoluzione, intendendo l'eliminazione fisica totale della classe egemone e la sostituzione con quella vittoriosa, di solito la borghesia, anche quando si maschera da partito rivoluzionario che deve servire il popolo, come in Cina.

Nei paesi in cui c'è stata una gloriosa rivoluzione ci sono stati anche lunghi anni di guerra civile e, con il patibolo, i massacri, e guerre interne ed esterne, si è ottenuto naturalmente un nuovo ordine, stabilito dai soli rivoluzionari superstiti, anche perchè i perdenti erano ormai sotto quattro palmi di terra. Questo è il perchè, alla fine della rivoluzione, ci si mette d'accordo: a mettersi d'accordo sulle nuove regole sono quelli che hanno vinto e questi, fra di loro, possono avere solo delle leggere differenze di opinione e, comunque, tali da non generare un nuovo giro di massacri; dove invece restano problemi strutturali irrisolti, scoppia una nuova guerra civile, come negli USA fra nord e sud, oppure resta la guerra fredda, come in Italia.
In Italia tutti i tentativi rivoluzionari, o di sovvertimento dell'ordine precedente, come è stata anche la lotta per l'unità, si sono invece sempre fermati al momento più tragico: l'eliminazione massiva della classe egemone, e ciò per due motivi:

- gli eventi rivoluzionari si sono quasi sempre svolti con la presenza ingombrante di stranieri invasori, chiamati in aiuto di uno dei contendenti italiani, vedi: gli accordi USA/URSS che fermano il tentativo di rivoluzione comunista alla fine della II Guerra Mondiale, la Francia che ferma Garibaldi che cerca di conquistare Roma.

- l'abitudine dei vincitori di cooptare i vinti più utili alla propria causa, e quella dei vinti di cambiare rapidamente squadra per rimanere classe egemone ("tutto deve cambiare perchè tutto resti come prima" dice il Principe di Salina). Esempi: i Savoia che agevolano la Marcia su Roma per mantenere il potere minacciato da una rivoluzione rossa, Mussolini che imbarca i Popolari nel primo governo, (uno di loro, Gronchi, diventerà addirittura Presidente della Repubblica, splendido esempio di triplo salto mortale), la decisione di Togliatti di amnistiare i fascisti, l'improvviso, e rinfacciato da sinistra, benessere dei pseudo rivoluzionari dell'ex PCI, andati al potere con le pezze al culo, e che oggi flirtano con la grande finanza.

Flaiano diceva che sulla bandiera italiana bisognerebbe ricamare il motto Tengo Famiglia. Forse si dovrebbe aggiungere anche un animale araldico che ben rappresenta la classe egemone: un viscido, sfuggente e grasso capitone. Forse somiglia a un biscione, scelto inconsciamente da un noto gruppo industriale? Questa però è materia d'indagine per un'analista freudiano.

Ma una rivoluzione italiana, che sarebbe stata storicamente necessaria per permettere alla borghesia produttiva di avere il potere, non ci sarà nemmeno in futuro, perchè l'altro problema che la impedisce è che l'Italia ha troppi centri decisionali: la politica e l'amministrazione a Roma, la finanza a Milano e, fino a qualche tempo fa, una specie di monarchia alto borghese a Torino, mentre le masse di sanculotti, necessarie per le operazioni di bassa macelleria, si dovrebbero andare a cercare nel lumpenproletariat di Napoli e Palermo e nelle valli prepalpine, fra i padroncini strozzati dalle tasse e da una globalizzazione non gestita.

L'altro problema è che la rivoluzione è uno psicodramma ed ha bisogno perciò di un palcoscenico. E dove lo rappresentiamo? A Milano? A Roma? A Napoli? E' possibile dare lo spettacolo a Milano mentre i personaggi da decapitare stanno a Roma? E il pubblico? Ve li immaginate i milanesi (ma anche i Fiorentini), con il loden, la gonna a pieghe e i problemi di dieta, che portano in giro le teste grondanti di sangue e materia cerebrale della classe egemone?

E questo, da un punto di vista solamente logistico, complicherebbe di molto le cose ad un Robespierre milanese, o romano! Cosa che non hanno capito le BR, i NAR e Di Pietro. Infatti, i BR li acchiappano sui treni, visto che sono costretti a spostarsi appresso alle prede per inutili omicidi, mentre Di Pietro s'è fatto sfuggire i socialisti che si sono rintanati a Roma. Quando i milanesi innalzavano cartelli con "Di Pietro facci sognare", davanti al tribunale di Milano, non immaginavano che la rivoluzione che loro speravano era, e rimane, un sogno.

Eppure la rivoluzione sarebbe necessaria! Tutti concordiamo che i problemi italiani derivano dalla sclerosi della classe egemone, ormai completamente presa da riti bizantini da cui non riesce ad uscire. Sono ormai un peso per la società produttiva, un'aristocrazia della cooptazione, che si sta trasformando anche in ereditaria, finendo per somigliare in tutto e per tutto all'ancient regime che aveva portato la Francia al disastro economico prima della Rivoluzione. Purtroppo lo stato delle cose richiederebbe l'eliminazione di questa classe aristocratica ma, come abbiamo appena dimostrato, la rivoluzione in Italia sarebbe bella da avere ma impossibile da fare.

Quindi, accertato che in Italia la rivoluzione, pur necessaria, è impossibile, non resta che andarsene dove il sistema è stato già "rivoluzionato" e dove la borghesia gestisce il potere attraverso le leggi che lei stessa ha creato e che si è auto imposta.

Perciò, chi può, venda tutto e se ne vada all'estero: ormai a Londra o a Parigi si trovano le stesse pezze Benetton/Donna Karan/Max Mara e le stesse scarpe Nike/Adidas, tutto prodotto in Cina, e anche gli stessi hamburger che mangiate a Varese.

E poi, non c'è più neppure il problema del cambio: l'euro regna sovrano dall'Atlantico all'Ucraina.

ICI: perchè è bene lasciarla

Assodato che gli italici sono ancora in gran parte quelli descritti da Verga nella "Roba" o moderne versioni di quelli dipinti dal maestro Ermanno Olmi nell "Albero degli zoccoli", si capisce il perchè tutti odiano l'ICI e, di conseguenza, perchè i nostri politici non-pensanti si affannino a cercare di ridurla e/o eliminarla.
Una tassa sulla robbba (con tre b rende meglio l'avidità dell'italico contadinaccio arricchito), e in particolare sulle quattro mura, è qualcosa di insopportabile per quei contribuenti ob torto collo che sono i lavoratori dipendenti ed i pensionati, già ultra incavolati perchè non possono evadere come i lavoratori autonomi che, anche loro, al momento di pagare l'ICI si arrabbiano moltissimo perchè, e qui veniamo al dunque, l'ICI è un'imposta non eludibile in quanto tassa gli immobili, oggetti che non si possono nascondere e che, di per se, sono altamente visibili e censibili, anche con moderni mezzi come il satellite che può scoprire se in un certo posto, la dove c'era l'erba, ora c'è una città (abusiva).

Quindi l'ICI è una tassa democratica perchè la devono pagare tutti: lavoratori dipendenti, pensionati, ereditiere, politici, politicanti, imprenditori, extracom, presentatori, faccendieri, vallette, veline, tronisti, escort, spacciatori, taglieggiatori, banchieri, bancari, puttane, travestiti, fotografi, attori, cantanti, idraulici, meccanici e perfino avide mogli separate.Tutti, purchè abbiano una proprietà immobiliare, devono pagare e pagare al proprio sindaco che ne risponde ai suoi concittadini.

Ciò premesso, e se gli italiani che pagano le tasse non amassero darsi martellate sulle dita o su altre parti più molli, si vede chiaramente che il loro interesse sarebbe che l'ICI rimanesse in piedi (anche senza esenzioni prima casa) e, di contro, che venisse ridotta l'IRPEF. Perchè un'ICI aumentata la dovrebbero pagare tutti mentre dello sgravio sull'IRPEF ne beneficierebbero in gran parte quelli che le tasse le pagano già.

D'altra parte questo è il sistema che è in funzione negli USA, e che noi tanto idolatriamo, dove le aliquote delle imposte sul reddito sono basse ma i comuni e gli stati ricavano gran parte dei loro introiti proprio da imposte sugli immobili.
Ovviamente questo sistema non sarà mai adottato da noi perchè il succo del discorso degli italici contribuenti neghittosi è sempre e uno solo: non pagare nessuna tassa, sperando che le paghi qualcun altro e che i debiti della Repubblica siano prima o poi fatti sparire da una Buona Fatina con una classica e potentisssima bacchetta magica.

Una favola, insomma!

martedì 11 settembre 2007

Annuario ISTAT: lettura obbligatoria

Qualcuno si è meravigliato di leggere nelle statistiche ISTAT che in Italia ci sono 800 mila analfabeti che fanno compagnia a ben 15 milioni di persone (su quasi 60) che hanno una bassissima scolarità, in pratica gente che ha la quinta elementare, senza alcuna cultura e pochissima capacità di comprendere il mondo.

A chi con piacere e diletto si è acculturato in geografia, statistica e demografia fa sempre altrettanta meraviglia scoprire che c'è ancora chi si stupisce di questa situazione di vero sottosviluppo culturale, ma poi ci sovviene che è proprio questa massa culturalmente informe che crea il substrato antropologico della nostra società, che è cambiata poco o nulla da quella descritta da Carlo Levi. Con la sola correzione da fare che Cristo molto probabilmente non si è fermato ad Eboli, ma molto più al nord, più o meno dalle parti di Vipiteno (BZ).
Forse sarebbe ora che per essere ammessi alle primarie di qualsiasi partito e coalizione i candidi - perchè fessi - candidati venissero costretti ad un esame sull'unico libro che permette di capire com'è fatta l'Italia: l'annuario ISTAT. Si eviterebbe così che una nata ricca, e maritata meglio, ministro dell'Istruzione se ne uscisse con un "ma chi me l'ha fatto fare a me di fare il ministro di un paese così povero" e ignorante, aggiungiamo noi sommessamente.

lunedì 10 settembre 2007

L'impotenza di TPS

Ovviamente nulla ci interessa degli ormoni di TPS, ma molto di più la sua incapacità di tagliare la spesa pubblica, come ha dichiarato in un intervista al Corriere. Il succo del discorso di TPS è che la voce di spesa che cresce continuamente, e che è molto difficile tagliare, è quella per il personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche statali e periferiche. E, a questo punto, la maggior parte degli italiani si sarà detta: e questo lo sapevamo pure noi. Quello che però non è chiaro è perchè TPS dice che è difficile ottenere risparmi da questa voce.
La spesa (in crescita) per il personale pubblico è stata nel 2005 di € 148,7 miliardi e TPS si propone di ottenere dei risparmi man mano che i dipendenti pubblici siano messi in pensione, e qui potremmo anche essere d'accordo in quanto un dipendente pubblico che va in pensione prende dallo Stato (perchè è sempre lo Stato che gli deve dare la pensione) circa un 17% in meno, per cui ad ogni pensionamento c'è un risparmio evidente, oltre a quello nascosto che è il costo del posto di lavoro (telefonate, PC, riscaldamento, elettricità, cancelleria, arredi).
Ovviamente TPS aspetta che la gente se ne vada in pensione, anche se, di contro, si fa di tutto per tenerli in servizio allontanando pure per gli statali l'età pensionabile. Però ci vuole tempo ed conti dello Stato, che paghiamo noi con salatisse tasse, non aspettano e perciò forse sarebbe bene fare come fanno molte aziende private quando hanno problemi di bilancio: tagliare il personale senza bisogno di aspettare che maturi l'età della pensione.
Perchè è inutile prenderci in giro: moltissimi dipendenti pubblici sarebbero ben felici di farsi accompagnare alla porta se potessero mantenere, anche ridotta, una retribuzione che magari non si chiamerebbe più stipendio ma pensione.
O davvero TPS crede che tutti i 3 milioni e passa di dipendenti pubblici sono lì per lavorare sul serio?

domenica 9 settembre 2007

Tatuaggi ed esibizionismo

Come diceva il buon vecchio Hegel il massimo desiderio dell'essere umano è essere riconosciuto e, come tutte le umane pulsioni, questa immanente esigenza interiore si distribuisce fra gli umani secondo una classica curva gaussiana.

Da un lato ci sono gli esibizionisti estremi e dall'altro le persone che fanno di tutto per non apparire e in mezzo tutte le variazioni sul tema. Ci sono tante ragazze, anche belline e con un corpicino niente male, che però fanno di tutto per insaccarsi in: maglie, maglioni, sciarpone, parka, cappelli di lana calati fino alle orecchie e, ovviamente, occhiali da sole a specchio.
Di contro, ce sono centinaia di altre che vanno in giro con pantaloni a vita così bassa, ma così bassa, ma così bassa che devono farsi la depilazione, cosidetta alla brasiliana, anche d'inverno.

Tatuaggi, piercing, capelli viola non sono altro che una delle tante forme di esibizionismo più o meno patologico come: le auto costose, le seconde mogli più bellocce e poppute delle prime mogli, le soubrettine in sostituzione delle seconde mogli, le barche da 2 milioni di euro (escluso accessori), le pagliacciate delle curve allo stadio, i teatrini della politica, i manager che vestono tutti gli stessi gessati, i manager con la doppia cravatta, i pelati che finiscono di pelarsi, tutto il variegato e variopinto mondo della moda e purtroppo, e dulcis in fundo, anche scrittore, giornalisti e blogger.

Anche scrivere è una forma di esibizionismo patologico il cui scopo è farsi "riconoscere" da altri esibizionisti: i cosidetti giornalisti e blogger arrivati, LE FIRME, i direttori e, ovviamente, dalle ragazzette fresche di università che sperano di poter sculettare sulle pagine di un giornale nazionale mentre prendono ben 20 euro a pezzo sobbarcandosi lunghe attese in anticamera per intervestare un esibizionista che ce l'ha fatta!

martedì 4 settembre 2007

Finanza P2P: il fenomeno ZOPA

Al convegno di IDC, “The European IT Banking Forum 2006” le due relazioni più interessanti sono state quelle di Bob Giffords, analista indipendente del settore finanziario, e quella di Tim Parlett, uno dei fondatori di ZOPA, acronimo di Zone Of Possibile Agreement, un luogo sulla Internet dove la gente comune può offrire denaro in prestito ad altra gente normale, che ne ha bisogno, senza dover pagare salatissime intermediazioni alle banche che servono, soprattutto, a pagare i lautissimi stipendi dei banchieri, le stratosferiche parcelle dei loro consulenti ed i lussi megagalattici dei consigli d’amministrazione.

ZOPA è un esempio concreto di quello che Giffords ha descritto, come uno degli scenari futuri a breve termine, ad una platea di banchieri e bancari che si dividevano fra chi non credeva per niente alle parole dell’analista e chi, semplicemente, non aveva capito niente di come si sta evolvendo il pur statico settore finanziario, forzato a darsi una mossa a causa della diffusione delle tecnologie dell’informazione e soprattutto della Internet e del WEB 2.0.

Zopa è il posto dove una persona qualsiasi può chiedere prestiti alla community di chi offre denaro, altra gente normale che ha qualche soldo in più e che vuole far fruttare meglio di quanto gli possa offrire la banca. Il tutto in sicurezza e con grande semplicità perché il modello di ZOPA è un meccanismo che si basa su pochi punti di forza.

Chi cerca un prestito è analizzato da ZOPA utilizzando i dati messi a disposizione dalle centrali rischi e dai sistemi antifrode ed, ottenuta la storia finanziaria di una persona, è possibile ricavarne un grado di affidabilità che ne determina anche il rischio e di consegunza anche il tasso da applicare al suo prestito.

L’altro punto di forza è che il prestito è spalmato sulla platea di persone che offrono denaro e che intendono ricavare un interesse pari a quello che il mutuatario potrà pagare. In questo modo il rischio per ognuno degli offerenti è di poche sterline e quindi con poche probabilità di perdita dell’intero capitale investito. Un prestito di 500 sterline, ad esempio, è spalmato su almeno 50 persone che, al più, rischiano solo 10 sterline.

Il guadagno di ZOPA è una piccola quota per il servizio, che è infinitamente più bassa di tutte le commissioni che di solito si debbono pagare alle esose banche. Per ogni prestito ZOPA trattiene sul capitale prestato una percentuale dello 0,5% (zero virgola cinque) ed un altro 0,5% l’anno lo deve chi concede il prestito.

Due conti della serva: se chiedo 2.000 sterline, il costo per l’operazione è di 10 sterline, che è aggiunto al capitale da restituire. E basta! Dovrò restituire 2.010 sterline, mentre ne ricevo sul c/c bancario 2.000.

Chi presta paga lo 0,5% sul capitale prestato: se uno presta 1.000 sterline ne paga 5 come commissione, per cui, se presta al 7%, guadagna 70 sterline di interessi per ogni anno, da cui deve sottrarre le 5 sterline di commissione, per un totale di 65 sterline di guadagno.

Bello vero? Ma questo è solo l’inizio perché questi meccanismi possono essere facilmente replicati all’interno di quelle che Bob Giffords chiama “nicchie”, cioè comunità di persone che si conoscono, condividono interessi o fanno affari insieme e che possono trovare più conveniente fare transazioni finanziarie fra di loro piuttosto che subire l’intromissione ed i costi delle banche nei loro affari.

Come ha spiegato Tim Parlett è proprio questo il meccanismo che incentiva la gente a servirsi della finanza P2P: chi ha bisogno di un prestito cerca anche comprensione dei suoi bisogni e chi presta denaro non cerca solo il guadagno ma anche un compenso di tipo emozionale. E’ l’effetto eBay: non si partecipa alle aste solo per fare affari ma anche e soprattutto per fare un’esperienza. Fare un’esperienza è oggi l’elemento che, in alcuni casi, fa decidere di pagare un prezzo più elevato perché si riconosce che il caffè bevuto nella Piazzetta di Capri ha un valore molto ad di là del valore intrinseco del caffè anche se, ad onor del vero, solo un caffè preparato da qualsiasi barista sotto alla linea del Garigliano-Liri si può definire un caffè.

Ma ZOPA è anche e soprattutto una comunità ed il piacere di far parte di una community è un potente elemento di interesse, come dimostrano i milioni di gruppi che sono nati insieme ad Internet che è oggi passata alla fase successiva: al Web 2.0, il web della partecipazione, il web dove è l’utente che detta le regole, dove l’utente suggerisce i prodotti. E’ lo stesso effetto che avevano scoperto da tempo gli stilisti: sono le persone che fanno lo stile ed il lavoro del creativo è essenzialmente osservare lo streetwear, cioè quello che si porta, quello che la ragazzine inventano per sottolineare i loro corpi che sono molto diversi da quelli delle madri. Il compito dello stilista è quello di rielaborarlo in prodotti più fascinosi e, ovviamente molto più costosi perché branded. Nel settore della moda siamo già al Dress 2.0 dove il cliente fornisce l’input. Borse da donna con manici molto corti per portarle a giro manica per non essere scippate ed occhiali avvolgenti scuri per difendersi dalle luci stroboscobiche delle discoteche sono le cose nate dall’osservazione della vita di tutti i giorni.

Ma l’appartenenza ad una community non è il solo e nemmeno il più importante elemento perché giocano anche potenti forze psicologiche come: il voler rendersi utili agli altri (sindrome del boy scout), il piacere di aver fatto un affare (l’affarista), ed anche quello ancora più potente di fottere le banche (il graffitaro). Tutte sindromi umane di esseri umani che vorrebbero essere trattati, anche dalle paludatissime e laccatissime banche, come persone e non come numeri di conto da prosciugare mediante fantasiose commissioni che alla fine sono percepite, né più né meno, come un pizzo camorristico che non è per niente una bella esperienza.

ZOPA è un classico effetto long-tail: molti piccoli prestiti generano tante piccole commissioni che alla fine sono più consistenti in volume di grandi commissioni su prestiti anch’essi molto grandi che però implicano anche rischi più grandi. Un metodo da applicare molte altre situazioni bancarie dove, ad esempio, si potrebbero dare micro prestiti a basso interesse che, come dimostra l’esperienza di Yunos, il banchiere dei poveri, hanno alti tassi di ritorno. In parole povere: meglio tante uova domani che tirare il collo alla gallina oggi come fanno invece i signori delle carte revolving o quelli che adeguano automaticamente il tasso dei mutui alle incomprensibili manovre della BCE, un’altra istituzione che si illude di guidare un’economia complessa come quella di EU-27, con la sola leva del cambio.

Come pilotare un Jumbo con il joystick della Playstation.

No Brand? No party!

Il settore finanziario italiano è uno dei più lenti nell’adattarsi ad un mondo che è fondamentalmente guidato e dominato dal brand. Per quanto Naomi Klein si possa far venire crisi isteriche e sturbi vari, il brand ed i suoi elementi costitutivi (fra cui il famigerato ed odiato logo) è ancora oggi, e lo sarà a lungo, il maggior veicolo di attrazione e fidelizzazone del cliente. Questo perchè il brand riassume in maniera iconica una serie di punti di forza che sono alla base delle scelte del consumatore che, a differenza di quanto pensano tanti, sono quasi sempre scelte per niente ragionate ma molto più decise in modo automatico o, molto al limite, in modo semi automatico.

D’altra parte l’origine stessa di brand (etimo di “torcia” e per traslato “marchio impresso a fuoco”) deriva dalla necessità di quei pittoreschi ubriaconi scozzesi di essere certi che il whisky, di quello buono invecchiato 12 anni come piace a Michele, fosse quello sul quale il produttore avesse impresso il proprio logo e certificato così il prodotto. In una taverna scozzese, alla luce fioca delle torce, e con la vista annebbiata dai fumi dell’alcol, il consumatore in kilt indicava la botte con quel logo e così si risolvevano anche pericolose dispute che potevano finire a colpi di claymore, le pesanti spade che ogni buon selvaggio scozzese portava sempre con se finché i loro più selvaggi cugini inglesi non li fecero a pezzi nella battaglia di Culloden Moore dove ogni velleità indipendentista si squagliò come neve al sole dopo che i dragoni inglesi passarono casa per casa e uccisero vecchi, donne, bambini. E Handel, dietro compenso, of course, compose l’oratorio “Judas Maccabaeus” in onore del Duca di Cumberland che è sicuramente fra gli avi di quegli raffinati banchieri della City che non fanno sconti quando si tratta di massacrare le aziende avversarie. Meditate gente, meditate: dietro ad ogni laureato a Cambridge c’è sempre qualcuno i cui antenati scannavano feriti scozzesi a Culloden Moore il 16 aprile del 1746, cioè appena 260 anni fa.

Dato agli inglesi quello che gli spetta, ritorniamo al brand ed alle ragioni della sua importanza anche per le banche. La forza del brand sta nel fatto che anche oggi il consumatore non ha tempo per districarsi nella bolgia continua di comunicazione istituzionale e pubblicitaria da cui viene continuamente bombardato. In questo frastuono deve comprendere nella numerosa offerta, e per ogni settore economico, qual è il meglio per se, ed in questo tentativo di uscire con un suo vantaggio dalla foresta di messaggi la strada più semplice è quella di dare fiducia a quei marchi che “emozionalmente” gli ispirano fiducia. Perché in un paese in via di sviluppo è meglio bere una CocaCola piuttosto che una qualsiasi Local Cola? Perché “a naso” sappiamo che anche l’imbottigliatore locale della Coca Cola deve rispettare severe regole imposte da Atlanta che sicuramente non vuole perdere ne i consumatori ne la faccia, cioè la forza del suo brand.

Perché un brand deve soprattutto dare fiducia al cliente, fiducia che il prodotto/servizio fornito sia in linea con le sue aspettative e con le promesse che il fornitore fa implicitamente. Chi compra Mercedes o BMW si aspetta una certa qualità di prodotto e la sua scelta fra due prodotti simili dipenderà solo dal messaggio emozionale che il prodotto gli ispirerà. Ovviamente il prodotto deve avere le qualità per competere ma è stato ampiamente dimostrato che fra prodotti simili il consumatore sceglie quello che gli trasmette fiducia, affidabilità e, strano a dirsi, che gli racconti una storia. E qui le banche italiane stanno messe moto male perché di storie, nel senso di monster balls ne hanno raccontate tante ai loro clienti che invece vorrebbero che il loro marchio raccontasse una storia di successo, che il loro brand bancario sia rappresentato da AD presentabili, gente che sa portare bene lo smoking, con una bella famiglia, che sappiano stare lontano dagli scandali, insomma qualcuno in cui identificarsi e non l’impiegata con due belle mezzelune di sudore sotto alle braccia, i capelli sporchi e l’aria che piuttosto che pensare al tuo danaro sta pensando che non si è ancora potuta cambiata l’assorbente.

Questo vale sempre e spiega perché la classifica dei top brand vada di pari passo con le fortune aziendali, tanto che esistono valutazioni di quanto vale un marchio in termini economici e non sorprende che i brand che valgono di più sono anche quelli delle aziende che sono al top delle classifiche generali e di settore.
E’ stato provato che avere un brand conosciuto dai consumatori, anche nel settore finanziario, è un elemento che dice immediatamente se la banca funziona meglio dei competitori perché una banca con un brand che abbia un valore funzionale ed emozionale fornisce ai suoi stake holders una promessa di efficacia ed efficienza, soprattutto se il brand serve a condividere una stessa identità. In parole povere un brand diventa un’icona, una bandiera di un’azienda di cui si è orgogliosi di fare parte come cliente, dipendente ed azionista. Qualcosa di lievemente irrazionale che, alla fine, somiglia molto all’amore perché è proprio questo l’effetto finale di un brand: suscitare amore verso l’azienda. Un amore che deve continuamente ravvivato ed essere diffuso in tutta l’organizzazione e che di solito è sintetizzata in uno slogan aziendale, la tagline che appare sui siti delle aziende di successo “Your potential. Our passion” è la tagline di Microsoft. “You & Us” quella di UBS, “The world local bank” quella di HSBC, “La banque du un monde qui change” quella di BNP Paribas.

Al contrario nelle nostre banche di solito è molto difficile trovare una frase che descriva sinteticamente l’essenza dell’azienda. Anche un dipendente di vecchia data non riesce a dare con un immagine semplice, immediata e pregnante l’essenza della sua azienda. D’altra parte è comune esperienza sentire l’impiegato allo sportello che smoccola sull’azienda che gli sta pagando lo stipendio, le rate della macchina, il mutuo e la scuola di pianoforte della figlia con velleità artistiche. Ma d’altra parte che fanno le aziende finanziarie per pompare il brand? Assolutamente niente o, quando lo fanno, si danno da fare con soluzioni fatte in casa come quella banca che aveva scelto un logo veramente orrendo, senza senso ed anche fuori contesto che però aveva il pregio di piacere all’AD che ha imposto che quella schifezza troneggi su tutte le agenzie della banca anche se aveva lo sgradito secondario effetto di dare fastidio agli automobilisti perché le sue luci multicolori si confondeva con i semafori.
E se volete toccare con mano un esempio di totale ignoranza del valore del brand nelle banche italiane lo si può sperimentare in maniera molto semplice su Internet.

Premettiamo che, con pochi soldi, frazioni infinitesime dei costi di una banca, è possibile far digitare un nome internet senza il www iniziale e questo per agevolare il navigatore, ma anche perché l’azienda ha contezza del fatto che il suo è un brand affermato e conosciuto. Provate a digitare ibm.com o cocacola.com o uno qualsiasi dei global brand e sarete portati sul sito istituzionale dell’azienda. Ovviamente funziona anche ibm.it o xerox.it perché il www è roba per il sito di una paninoteca. Se ne accorto anche Beppe Grillo che può essere raggiunto a beppegrillo.it.

Provare anche: hsbc.com, bankofamerica.com, barclays.com, bnpparibas.com, socgen.com, abnamro.com, citi.com, deutschebank.com, rbs.com, jpmorgan.com, morganstanley.com, ubs.com, ing.com, creditagricole.com, abbeynational.com Funziona! E qualcuno ha anche comprato i siti .eu.

Ora fate la stessa prova con le maggiori banche italiane. Unicredit.com non esiste, capitalia.com è stato scippato da uno più lesto di Geronzi. Intesasanpaolo.com non esiste. Ma non esiste nemmeno intesa.com, mentre sanpaolo.com porta ad una pagina anonima dove qualcuno si scusa del disagio. Generali.com non esiste, generali.eu parla di generali e di battaglie e mediobanca.com porta ad un sito che tratta oro che è abbastanza vicino alle attività bancarie ma non è la Mediobanca. Unipol.com appartiene ad altri. Ubibanca.com non esiste. Alcuni nomi sono addirittura liberi e possono essere comprati: una bella pacchia per i phisher.

Che significa tutto ciò? Semplicemente che, in generale, le banche italiane non hanno alcun attenzione al brand, il che potrebbe voler anche dire che loro dei loro stake holders non se ne fottono assolutamente niente. Basta che, come quel fesso di Pinocchio, portino in banca gli zecchini e poi, se lui vuole trovarci via web o via call center, è un fatto assolutamente secondario e neppure da incoraggiare perché il cliente è solo un grosso fastidio che distoglie dalla impellente necessità di andare a cazzegiare al bar di fronte.