domenica 30 settembre 2007

Le tre regole che ci rovinano

La vita di una nazione, insieme di una popolazione su un territorio, può essere basata su tante regole fondamentali ed accettate da tutti.

Regole che non sono state scolpite su tavole di pietra, ne vergate su fogli di pergamena e nemmeno scritte su solenni dichiarazioni firmate dai padri della patria in un giorno fatidico della Storia.

Più banalmente, sono quelle che tutti osservano senza nemmeno accorgersene perchè ingurgitate alla zizza materna, molto spesso tacite ed opportunamente sottaciute, sopratutto quando, come nel caso italico, si tratta di regole da non sbandierare ai quattro venti per non farci prendere a fischi e pernacchi dagli altri popoli.

E si che sarebbero regole che dovrebbero essere ricamate con filo d'oro sulle bandiere dei popoli italici, che siano il tricolore di tutti, il sole camuno dei padani, il leone veneto o i quattro mori sardi.

Tre regolette, osservate pedissequamente da tutta la nazione, dalla Vetta d'Italia a Lampedusa, nelle valli e sui monti più alti, nelle città e nel più piccolo villaggio. In ogni tempo, con ogni tempo, da qualsiasi italiano e sicuramente anche da qualsiasi governo repubblicano.

  1. E' un figlio di mamma, vale a dire che non è il caso di scioccare un giovane virgulto italico o una futura promessa sculettante con una bella sospensione di un mese quando il ragazzo e la giovinetta, i cocchini di mammina dolce e di papino amoroso, sfogano la loro esuberanza giovanile sfondando le porte dei bagni della scuola, infilano lattine nella tazza del cesso per intasarlo, imbrattano monumenti che tutto il mondo ci invidia (e solo per quello).
  2. E' padre di figli, cioè, non è il caso di rovinare un pater familia con una bella salatissima multa, la confisca dell'auto e magari qualche anno di carcere quando viene preso con una prostituta minorenne, tiene a bottega un lavoratore in nero, prende una fasullissima pensione di invalidità.
  3. Chi te lo fa fare, regola aurea su cui si basa la vita economica, sociale e politica della nazione, quella Grundnorme che invita a non farsi gli affari degli altri onde evitare problemi futuri per se e per i suoi.

venerdì 28 settembre 2007

Medici pignoli e guanti di lattice

Ad una conferenza dove si discute sull'utilizzo delle tecnologie dell'informazione per gli acquisti nella Pubblica Amministrazione, cioè l'insieme di metodologie mutuate dal settore privato che va sotto il nome di e-procurement, si scopre che la nostra PA non sta tanto male perchè la crescita anno su anno di uso di questi strumenti fa balzi anche del 400%.

E si che ne abbiamo bisogno, quando ci sono ben 40.000 organismi, fra PA centrale e periferica, che possono ordinare merci e servizi, il tutto con i nostri soldi, ovviamente!

Però sembra che si comincino a vedere anche dei sensibili risparmi perchè con questi metodi si possono gestire anche delle vere aste on-line che, a differenza di quelle di e-bay, funzionano al contrario: vince il fornitore che fa l'offerta più bassa. Quindi prezzi più bassi per merci e servizi e più efficienza della macchina della PA.

Efficienza che non è nella testa di quei primari di un ospedale pubblico del nord Italia che, per fare il capitolato di appalto per i guanti chirurgici necessari, ci hanno impiegato appena sei mesi.

Ci possono essere tante ipotesi sul perchè ci sia voluto tanto tempo.

Forse quei medici sono precisi, scrupolosi, e forse un po' troppo pignoli.

Forse è che, fra una prostectomia e un bypass coronarico, quei medici non hanno mai avuto il tempo per riunirsi per decidere quali erano le caratteristiche ottimali del guanto di lattice che salvaguardasse nel contempo anche il migliore rapporto fra qualità del guanto ed il costo per il servizio sanitario regionale.

Forse.

giovedì 27 settembre 2007

Internet: dalle 8:30 alle 17:00

Italia del nord, ore 23 del 26 settembre 2007, inizio del terzo millennio ormai alle spalle, un cittadino, che si illude di vivere in un paese moderno e del g8 (ancora per poco), cerca di pagare tramite la Internet la terza rata della tassa per la rimozione dei rifiuti solidi urbani, anche detta TARSU, relativa al 2005, 2006 e 2007.

E non perchè lui sia moroso, ma molto più semplicemente l'ufficio tributi del comune si è accorto di avere nuovo cittadino contribuente da dover far pagare ben due anni dopo che l'anagrafe ne era stata messa a debita conoscenza ed anche opportunamente compulsata.

Ma questa è un'altra storia.

Il cittadino convinto di essere suddito di un paese moderno accede al sito per i pagamenti tramite Internet, immette il numero della cartella di pagamento, il codice fiscale, il numero della rata da pagare e poi, per ben tre volte, viene avvisato che il sistema non è disponibile.

Ergo, per pagare la RSU, nel 2007, in Italia, forse bisogna osservare un orario di sportello comodo per l'azienda che riscuote le tasse anche quando si usa la Internet.

mercoledì 26 settembre 2007

Il pesce fete dalla coda

Italiani (forse) in rivolta per le malefatte della classe dirigente denunciate dai grilli parlanti e da giornalisti molto documentati sulle pagliuzze d'oro nell'occhio dei politici ma con grosse opportune fette di prosciutto sui loro occhi quando si tratta di guardare anche alle diffuse malefatte degli stessi cittadini sudditi italici che, come Pinocchio, prima vanno a leccare il culetto al Mangiafuoco del momento, per averne prebende e favori, e poi invocano una Buona Fatina per toglierli dai guai che loro stessi hanno contribuito a creare.
Guardiamo ai giornali, anche quelli nazionali, quotati in borsa e con bilanci in attivo. Nel 2006 hanno avuto da mamma Roma ben 667 milioni di euro pari a 1.291 miliardi di lire.

E i giornalisti? Chissà perchè, loro, i censori della pubblica moralità, debbano avere lo sconto per i viaggi sui treni di Trenitalia, una società formalmente per azioni che però continua a fare sconti ai privilegiati e far pagare il biglietto intero a tutti gli altri poveri fessi.

Tanto per esempio: Milano-Roma in Eurostar AV per i comuni mortali costa in prima classe 74 euro e 51 in seconda, mentre i giornalisti fustigatori di costumi pagano rispettivamente 66,60 e 45,90. Non è tanto, ma anche questo è privilegio di casta non proprio così casta.

Roma sarà pure ladrona ma alla zizza gonfia della lupa capitolina non allattano solo Romolo e Remo!

martedì 25 settembre 2007

e se nessuno ci va? (a votare)

Negli anni della guerra nel Vietnam c'era una corrente protestataria che si esprimeva nello slogan:

suppose they gave a war and nobody came?

Che, in parole semplici e piane, dice che, se i cittadini si rifiutano in massa di aderire ad un precetto dell'autorità, diventa impossibile per l'autorità stessa soddisfare la sua voglia, legittima o illegittima che sia.

Siccome, più prima che poi, si dovrà andare a votare di nuovo, supponiamo che tutti noi in massa ci rifiutassimo di prendere la scheda per le province.

Che cosa succederebbe?

sabato 22 settembre 2007

Tutto il potere all'advertising

Il New York Times ha deciso che l'accesso al giornale tramite Internet sarà gratuito.
Anzi, il NYT ha anche rimborsato gli abbonati, che è un bel gesto di customer care per noi italici abituati a vedere che le telco fanno prezzi più bassi ai nuovi abbonati e lasciano invariati quelli dei vecchi clienti.

Siccome al NYT non sono benefattori, ma capitalisti che si fanno i due conti in croce, avranno trovato il modo di recuperare dagli inserzionisti pubblicitari i dieci milioni di dollari che incassavano come abbonamenti on-line.

Questo modello di business, dove la pubblicità paga le notizie, non è cosa nuova in quanto ogni pubblicazione di informazione, quotidiana, settimanale, mensile che sia, copre buona parte dei costi ed ottiene anche utili soprattuto dalla vendita della pubblicità in tutte le sue forme.

C'è quella esplicita, le grandi pagine che costano anche 50.000 euro ad uscita, ma anche i necrologi che, quando muore un personaggio noto, fanno andare in orgasmo da euro i padroni del giornale.
E poi ci sono: gli annunci delle puttane a domicilio, quelli immobiliari, le ricerche di personale, che spesso si mettono solo per fare scena perchè il posto è già assegnato ad un amico del cacciatore di teste, e gli annunci degli enti, che non si capisce perché non li mettano solo su internet risparmiando lo scarso denaro pubblico.

Poi c'è tutta una pubblicità occulta, mascherata ad arte da notizia (e qui si vede il grande giornalista), di quel genere che gli stessi giornalisti chiamano marchetta , definendosi loro stessi prostitute dell'informazione e i giornali una specie di bordelli. A voler essere buoni si può stimare che un buon 60% del contenuto è pubblicato perché qualcuno lo ha pagato ed è stampato/non stampato per far piacere a qualche personaggio potente e/o utile ieri, oggi e domani. E, vista in questi termini, forse ha ragione qualcuno più cattivo che dice che l'unica cosa che non sia a pagamento è la testata ed i numeri di pagina. Tutto il resto è noia e marchetta.

Questa comunella fra pubblicità ed informazione ha creato un rapporto del tutto sbilanciato a favore delle società di advertising, cioè coloro che gestiscono i budget pubblicitari e che sono i veri padroni del mondo in quanto possiedono la chiave del flusso di cassa dell'editoria. Si pubblica solo quello che loro, ed i loro committenti, vogliono che si scriva. Il che significa che la tanto sbandierata e protetta libertà di stampa è tutelata formalmente nelle costituzioni dei paesi liberi, ma, nella prassi, è in libertà condizionata e vigilata.

Uno scenario ben delineato nel libro "Merchant War (I mercanti dello spazio, Urania)" di Frederick Pohl, un romanzo di sci-fi, pubblicato nel 1952, che pone la sua storia nel 2006, e dove l'autore si prefigurava un mondo in cui le società di advertising sono le padrone (anche politiche) del mondo e si fanno anche le guerre pur di catturare un cliente e di raggiungere il dio budget.

Se qualche nostro intellettuale, negli anni 50-70, avesse letto questo ed altri libri di sci-fi, depurate dello space-opera avrebbe trovato le chiavi di lettura del mondo di oggi e non sarebbe caduto dal pero quando un Bloomberg o un Berlusconi, guarda caso magnati della pubblicità, scende in politica. Ed il nostro intellettuale, avventuratosi nel pianeta della fantascienza, avrebbe anche capito che la forza di questi personaggi non deriva dal messaggio che passa nelle loro televisioni, ma dal fatto che migliaia di giornalisti, presunti liberi, devono mettersi a 90° per poter ricevere lo stipendio a fine mese o anche solo 20 euro a pezzo, come capita alle ragazzette fresche di università che sculettano nelle redazioni sperando di diventare grandi firme di un grande giornale dove fare grandi battaglie in nome di grandi ideali mentre invece, tutta la vita, saranno costrette a fare solo grandi marchette, e nemmeno pagate tanto bene.

venerdì 21 settembre 2007

Grillo e l'onanismo politico

Qualche anno fa, di fronte all'orribile edificio del palazzo di giustizia milanese, frotte di nullafacenti esponevano tazebao con "Di Pietro facci sognare" ed altre amenità inneggianti al pool di Mani Pulite.

Com'è andata si sa: qualche indagato si è ucciso dalla vergogna, qualcun'altro ha fatto un po' di carcere, pochi, se non pochissimi, politici si sono ritirati a vita privata e, come si vede dalle sparate 2007 di Beppe Grillo, i posti di quelli che hanno dovuto lasciare la ricca mensa, perchè così fessi da farsi scoprire con i soldi nelle mutande, sono stati occupati da altri politicanti e reggicoda che non si limitino a portarsi a casa qualche cucchiaino d'argento, ma si ingozzano di malloppi più consistenti.

Poi, finalmente, per la gioia del popolo scorticato dalle tasse, dai mutui e dai prezzi assurdi di Malindi, arriva il fustigatore Grillo Beppe, che dice delle sacrosante verità, e che forse faranno cadere qualche politicante di serie B dal suo tronetto d'oro.

E tutti saranno finalmente giustamente felici. Sopratutto il popolo che avidamente si nutre della parola del saggio Grillo parlante. Un pubblico abbastanza giovane e colto, fatto dei figli di quelli che andavano a fare i guardoni alle performance di Di Pietro & C, davanti a quell'orribile grigio palazzo di giustizia di Milano.

E, come i loro padri, i folgorati dal verbo di Grillo si accontenteranno di un po' di onanismo politico invece di fare una bella rivoluzione che è l'unica cosa veramente necessaria in questo paese occupato da una classe dirigente (nessuno escluso) che comanda per fottere, e non solo le puttanelle desiderose di un posto in TV.

Pensate che goduria per un politico quando pensa che si sta fottendo 60 milioni di italiani (consenzienti?).

Il Vaffa-day, purtroppo, lo celebra ogni giorno la classe dirigente "alle spalle degli italiani".

giovedì 20 settembre 2007

La ritirata di 100.000 statali

Il governo vuole liberarsi di almeno 100.000 statali con un risparmio di 500 milioni di euro l'anno. Il sindacato è insorto e non si capisce perchè visto che gli esodati prenderebbero lo stesso una retribuzione, chiamata pensione invece che stipendio, alcuni per girarsi i pollici a casa invece che in ufficio.

Piuttosto si devono incavolare le mogli che si vedrebbero ciondolare per casa quello che non è altro ormai che un utile bancomat con due gambe che, per mezza giornata e per 35 anni, era stato parcheggiato al ministero. Magari è ancora sessualmente attivo ed intende dare sollievo alla prostata con accoppiamenti giornalieri al posto della sveltina istituzionale del sabato notte di mezzemaniche italico.

Ma di fronte all'esodo di massa è insorto anche un prof milanese che non deve ancora aver capito che la situazione dei nostri conti pubblici è tale che, prima o poi, ci cacciano dall'UE, con la concreta prospettiva che non ci vorranno nemmeno nel Mercato Comune Africano.

Cosa propone il prof, invece di un volgare esodo di massa indiscriminato? Una cosuccia semplice, semplice: che le varie strutture ed i dirigenti pubblici preposti ad esse organizzino (e già quì siamo nei verbi difettivi), organizzino, si diceva, strumenti per valutare chi è un vero fannullone, ed è bene perciò che se ne vada, e chi invece ha tali qualità che è meglio che rimanga in servizio "per non perdere di colpo altissime professionalità" (Fragorose risate dal pubblico in sala che si scompiscia e non capisce se il prof ci fa o ci è).

Purtroppo ci è, ed anche di brutto, perchè lui è convinto veramente che un paese in via di dissoluzione, a causa di una macchina politica ed amministrativa debordante, sovrabbondante e ingombrante, possa veramente auto rigenerarsi.

Forse qualcuno dovrebbe spiegare al prof che per alcune leggiuzze della statistica, se si eliminano 100.000 persone su 3,5 milioni, i danni ed i benefici sulla funzionalità della macchina pubblica non possono minimamente incidere, considerato che stiamo parlando di far esodare il 2,78% dei dipendenti, per altro anziani e da riadattare.

A suo tempo Poste ed Enel mandarono in pensione decine di migliaia di dipendenti, cioè percentuali molto più grandi del 2,78% e le Poste e l'Enel non solo funzionano, ma funzionano anche meglio di prima. E' bastato cambiare il manico.

mercoledì 19 settembre 2007

Il bruco della Provvidenza

Un paio di anni fa, AD strapagati di importanti banche in cachemirino da libera uscita e miserabili precari con giaccone di poliammide di mercatino rionale si sono impecoronati insieme per andare a scegliere l'eletto-già eletto, il molto on. Prodi, in un rito simil pagano detto "le primarie", farsa all'italiana che scimmiottava una cosa che negli USA è tutt'altra cosa e sopratutto è cosa seria.
Le primarie italiche invece sono sopratutto "cosa nostra" nel senso che le bande dominanti la politica di sinistra, per non essere da meno dei loro avversari di destra, si scelgono nelle serate d'estate sulle terrazze romane il "nuovo eletto" che poi alle primarie farsa diventa "eletto del popolo" con grande gioia del popolo che si sente padrone del proprio destino, in quanto partecipe di democrazia diretta e dall'alto.

Siccome Prodi è un prodotto non più vendibile (ma che sarà sicuramente riciclato) il nuovo eletto-già eletto deve essere una faccia abbastanza nuova, abbastanza presentabile e con una decente faccia di corno vecchio.

Si è scelto il sor Veltroni, quello che il grande psicologo ad honorem Giorgio Forattini disegna come un verde bruco, cioè un invertebrato che scava in silenzio la sua strada in una succosa mela finchè la mela non diventa marcia ed il bruco una svolazzante farfalla, (che di solito muore pochi giorni dopo la metamorfosi).

Siccome il potere rinvigorisce, rigenera e ritempra, la farfalla Veltroni durerà molto a lungo, come per altro le tante altre che ancora svolazzano fra Montecitorio e Palazzo Madama a nostre spese.

Purtroppo, anche questa volta, l'unica cosa che non subirà una metamorfosi sarà la Repubblica Italiana che rimarrà una mela marcia, più guasta e più putrida di prima.

martedì 18 settembre 2007

iPhone liberato

Questa estate, grazie ad un'amica di NYC in visita, abbiamo potuto mettere mano sull'iPhone ed anche telefonare ad un'arzilla signora di Boston che voleva sapere se il suo paesello natio (che non sarà mai rivelato) è sempre sereno, tranquillo ed ameno come lo ha lasciato, con i suoi 1.500 abitanti, acqua pura di sorgente, cieli stellatissimi e tanto verde da far schiattare tutta Legambiente.

Tranquillizata la vecchia signora, come prevedibile, tutte le donne di casa pregavano perchè telefonassi all'amico Ralph nel New Jersey per farmi mandare ASAP il giocattolino, magari uno a testa, perchè in fondo, considerato il cambio ed il costo di solo $399, è abbastanza conveniente per noi ricchissimi europei.

Delusione da suicidio quando si è saputo che l'iPhone funziona solo con la rete di AT&T.

Ma arriva una bella notizia: il gruppo di hacker iPhone Dev Team, che non vuole essere linkato, ha postato un software che sblocca il telefono in pochi minuti, perciò, l'iPhone può essere utilizzato anche con altri carrier; si perde qualche funzione proprietaria di AT&T ma il resto del telefono funziona a meraviglia.

Questo ci fa riflettere sul fatto che nel mondo digitale è proprio dura, se non impossibile, cercare di proteggere qualcosa e perciò occorre scervellarsi per trovare ASAP nuovi modelli di business.

lunedì 17 settembre 2007

Dove investe la multinazionale

Secondo un sondaggio di una multinazionale della consulenza il 25% dei manager considera le dimensioni del mercato e le sue possibilità di crescita come l'elemento più importante per decidere la localizzazione degli investimenti, insieme alla disponibilità in zona di competenze (6%). Altri fattori come le leggi (3%) o l'esistenza di competitor (2%) sono considerati elementi marginali.

Insomma, quello che conta per insediarsi in una zona è solo il mercato.

Mercati che esistono anche nel Sud dell'Italia ma che evidentemente non sono sufficientemente pubblicizzati con un efficace marketing non improvvisato e non affidato a chi ha la tessera giusta in tasca.

domenica 16 settembre 2007

Merda ad Alta Velocità

L'Eurostar Alta Velocità arriva a Milano da Napoli, dopo 6 ore e 12 minuti, più altri 10 di ritardo, dopo aver percorso 848 km alla allucinante velocità media oraria di ben 138 km all'ora.

Roba da schiantare le coronarie di una persona non abituata a tale...lumacaggine!

Scendono tre signore vietnamite, parlano un francese molto meglio di quello di Sarkozy e sono incavolate nere, come lo può essere solo un francese con istituzionale puzza sotto al naso. Poverine, hanno dovuto viaggiare vis-a-vis con una cinese ed è così riemerso l'antico odio degli indocinesi per la sempre ingombrante, e molto razzista, Cina.

Scende anche un pesante tanfo di cesso. Infatti, già a Firenze il bagno delle donne della carrozza uno, (prima classe, 95 euro) è otturato, ricolmo di liquami e non c'è più acqua.

Proprio come accadeva qualche decennio fa su quei treni senza aria condizionata, dove si saliva senza prenotazioni fatte tramite Internet, con il controllore che bucava ancora il biglietto e dove una signora vietnamita poteva anche decidere di non andare a sedersi nello stesso scompartimento di una odiata cinese.

sabato 15 settembre 2007

Ancora mappina verde

L'ora fatidica sul quadrante della Stazione Centrale FS di Milano è scattata! L'Eurostar AV (Alta Velocità, si fa per dire, da Milano a Napoli 6,12 ore!) dovrebbe lasciare Milano per sprofondare nel profondo, oscuro, arretratissimo Mezzogiorno d'Italia.
Però il treno non parte perchè una capostazione in gonella nera e senza cappello rosso, lasciato nel suo box, fischia in un classico fischietto di metallo luccicante sperando che il macchinista, distante tre carrozze, senta il trillo lacerante e cacofonico che lo invita a lasciare la Stazione Centrale FS di Milano, un ameno luogo dove non c'è nemmeno una panchina per aspettare che la lotteria dei binari dica allo smarrito passegero su quale marciapiedi ci si deve impecoronare per prendere il treno e che invece pullula di una fauna pittoresca di dropout nostrani e di importazione.

Il macchinista non sente, forse se ne sta chiuso nel suo abitacolo a prova d'aria e di rumore come ben deve essere la cabina di guida di un treno AV. Probabilmente ha uno specchio retrovisore, magari una fantascientifica telecamera che gli permette di vedere dietro di se i disperati segnali della capostazione col fischio (e senza cappello rosso). Infatti, accade una cosa che sa tanto di vaporiere, carbone spalato, scintille che urtano il parafiamma, il famoso firewall delle locomotive passato a parare i rischi su Internet.

Un'altra signora, forse il capotreno, attrezzata con tailleur pantalone nero e giacca verde FS (tanto simile al verde Alitalia), in testa un ridicolo capello che dovrebbe ricordare quello dei macchinisti delle ferrovie americane a vapore, chiave per chiudere in un sol colpo tutte le porte del treno, tira fuori dalla borsa d'ordinanza una specie di mappina, uno straccio verde stropicciato e con questa comincia a sbandierare all'indirizzo del sordo macchinista che l'ora fatidica è finalmente scoccata sul quadrante della storia.

Sarebbe interessante sapere per quali ragioni le ferrovie continuano a parlarsi a segni e non con comodi ed efficaci segnali radio, o meglio, segnali digitali. Ma qualche volta i ferrovieri lo hanno visto un serial TV o un film di guerra americano dove si vedono tutti quegli omini colorati che lavorano sul ponte di una portaerei? Hanno capito che quei due bozzi che gli coprono le orecchie sono cuffie radio per poter comunicare con la torre di controllo? E a quando anche i ferrovieri si parleranno via etere invece di sventolare mappine verdi come sbandieratori del Palio di Siena?


Un paese non connesso

Sabato mattina di settembre 2007. Interno giorno. Interminabile fila alle casse del supermercato. Bambini che giustamente fanno i bambini e rompono a genitori più che spazientiti e leggermente incavolati.
Che accade? A Milano, capitale economica, finanziaria, tecnologica nonché morale (almeno fino a Tangentopoli) non passano ancora nel limpido cielo le astronavi immaginate dagli scrittori di sci-fi negli anni 50, però, come sarebbe bello, e da paese normale e membro G7 , poter pagare la spesa al supermercato con un pezzo di plastic money.

Con un triste ASSENZA DI COLLEGAMENTO il display LCD della stupefacente cassa self service ci dice una verità ancora più triste, che non farà per niente piacere ad un'altra fatina con i capelli turchini e senza bacchetta magica, quel Mario Draghi portato sugli scudi a fare il governatore di Bankitalia, colui che spesso ci bacchetta da maestrina perchè dovremmo smettere di usare il contante, roba preistorica per pecorai ciociari, massari cilentani, mezzadri piacentini, campieri nisseni, pusher nigeriani e puttane rumene.

Secondo lui, per diventare un vero paese moderno dovremmo usare: bancomat, carte di credito, carte di pagamento, prepagate e, per la gioia delle esosissime banche, sopratutto carte revolving, quelle che poi affogano il malcapitato debitore in un oceano di interessi, poco poco al di sotto del livello di usura.

Gentilissimo signor Governatore della Banca d'Italia, sarebbe bello essere moderni, ma se stamattina centinaia di persone non avessero avuto anche quello schifo di biglietti di banca nel borsellino, col cavolo che avrebbero potuto comprare pane, bresaola e le caramelle a quella pestifera bionda riccioluta di Arianna (3 anni) che fra 15 anni si ritroverà, anche lei, a dover usare il vecchio contante per ASSENZA DI COLLEGAMENTO.

Magari la rediviva liretta, causa nostra cacciata dall'eurozona per evitare di far sfigurare i fratelli europei!

venerdì 14 settembre 2007

Inflazione ufficiale e realtà

Secondo dati ufficiali dell'attuale e del precedente governo l'infazione non cresce grazie alla prudente, accorta, saggia politica monetaria restrittiva della banda di super economisti (super pagati) della BCE.
Però, se consideriamo che in due anni il succo di ananas private label del supermercato è passato da 50 cent di euro a 89 (+78%), ci si rende conto che i numeri sulle sudatisime carte d'or della BCE sono molto diversi dai numeri sui cartellini dei prezzi dei generi di prima necessità, per non parlare dei beni voluttuari dove una pizza margherita d'asporto costa ormai 5,5 euro, cioè ben 10.000 delle nostre antiche lire. Ma secondo i politicanti l'inflazione non c'è, ed i politicanti,come Bruto, sono uomini d'onore.

Chissà perchè, non è stata una bella sorpresa scoprire che il Bancomat del gruppo SanpaoloIntesa, nel menù della scelta del taglio del prelievo, non si ferma più ai classici 250 euro (cioè quasi mezzo milione delle vecchie lire) ma propone la possibilità di prelevare importi anche superiori, fino a 480 euro.

Un evidente segno che almeno i banchieri italiani hanno capito che, nell'epoca dell'euro manovrato dagli gnomi della BCE, con appena 250 euro si fa poco o nulla di questi tempi di inflazione galoppante.

mercoledì 12 settembre 2007

Una rivoluzione bella e impossibile

Nelle altre nazioni, dopo una rivoluzione, si è sempre arrivati a un accordo fra le fazioni, con accettazione del nuovo ordine, anche se ogni fazione rimane con differenti punti di vista.

In Italia, invece, si resta in uno stato di guerra civile strisciante, dove ogni fazione, per prima cosa, non riconosce l'altra come legittimo competitore, e spesso non riconosce nemmeno il nuovo ordine; lo stato attuale delle cose italiche è un'evidente prova di questa situazione, dove ognuno chiede all'altro che abiuri al suo oscuro tragico passato e, quando questo avviene, con una plateale sceneggiata in TV, lo si accusa di opportunismo, mostrando che la guerra civile fredda non finisce mai.

Eppure, a detta di molti storici e commentatori, la guerra civile calda, quella vera, con le stragi, fosse comuni, foibe, strupi, saccheggi, ci sarebbe già stata fra il 43 ed il 45 e, perciò, ci si interroga sul perchè in Italia non si arrivi mai a una pace.

Ma si sbaglia ad attribuire a quei fatti una valenza di guerra civile, che non hanno mai avuto, anche per la limitazione nello spazio e nel tempo. Al massimo s'è trattato di scaramucce, tollerate dagli americani che avevano altro da fare. In effetti è stato un semplice tentativo di alcuni gruppi di mantenere/raggiungere il potere, che però mai veramente hanno cercato l'evento che, nelle altre nazioni, è stato il vero punto di svolta, dopo il quale si accetta il nuovo ordine e le nuove regole.

Questo evento è la Rivoluzione, intendendo l'eliminazione fisica totale della classe egemone e la sostituzione con quella vittoriosa, di solito la borghesia, anche quando si maschera da partito rivoluzionario che deve servire il popolo, come in Cina.

Nei paesi in cui c'è stata una gloriosa rivoluzione ci sono stati anche lunghi anni di guerra civile e, con il patibolo, i massacri, e guerre interne ed esterne, si è ottenuto naturalmente un nuovo ordine, stabilito dai soli rivoluzionari superstiti, anche perchè i perdenti erano ormai sotto quattro palmi di terra. Questo è il perchè, alla fine della rivoluzione, ci si mette d'accordo: a mettersi d'accordo sulle nuove regole sono quelli che hanno vinto e questi, fra di loro, possono avere solo delle leggere differenze di opinione e, comunque, tali da non generare un nuovo giro di massacri; dove invece restano problemi strutturali irrisolti, scoppia una nuova guerra civile, come negli USA fra nord e sud, oppure resta la guerra fredda, come in Italia.
In Italia tutti i tentativi rivoluzionari, o di sovvertimento dell'ordine precedente, come è stata anche la lotta per l'unità, si sono invece sempre fermati al momento più tragico: l'eliminazione massiva della classe egemone, e ciò per due motivi:

- gli eventi rivoluzionari si sono quasi sempre svolti con la presenza ingombrante di stranieri invasori, chiamati in aiuto di uno dei contendenti italiani, vedi: gli accordi USA/URSS che fermano il tentativo di rivoluzione comunista alla fine della II Guerra Mondiale, la Francia che ferma Garibaldi che cerca di conquistare Roma.

- l'abitudine dei vincitori di cooptare i vinti più utili alla propria causa, e quella dei vinti di cambiare rapidamente squadra per rimanere classe egemone ("tutto deve cambiare perchè tutto resti come prima" dice il Principe di Salina). Esempi: i Savoia che agevolano la Marcia su Roma per mantenere il potere minacciato da una rivoluzione rossa, Mussolini che imbarca i Popolari nel primo governo, (uno di loro, Gronchi, diventerà addirittura Presidente della Repubblica, splendido esempio di triplo salto mortale), la decisione di Togliatti di amnistiare i fascisti, l'improvviso, e rinfacciato da sinistra, benessere dei pseudo rivoluzionari dell'ex PCI, andati al potere con le pezze al culo, e che oggi flirtano con la grande finanza.

Flaiano diceva che sulla bandiera italiana bisognerebbe ricamare il motto Tengo Famiglia. Forse si dovrebbe aggiungere anche un animale araldico che ben rappresenta la classe egemone: un viscido, sfuggente e grasso capitone. Forse somiglia a un biscione, scelto inconsciamente da un noto gruppo industriale? Questa però è materia d'indagine per un'analista freudiano.

Ma una rivoluzione italiana, che sarebbe stata storicamente necessaria per permettere alla borghesia produttiva di avere il potere, non ci sarà nemmeno in futuro, perchè l'altro problema che la impedisce è che l'Italia ha troppi centri decisionali: la politica e l'amministrazione a Roma, la finanza a Milano e, fino a qualche tempo fa, una specie di monarchia alto borghese a Torino, mentre le masse di sanculotti, necessarie per le operazioni di bassa macelleria, si dovrebbero andare a cercare nel lumpenproletariat di Napoli e Palermo e nelle valli prepalpine, fra i padroncini strozzati dalle tasse e da una globalizzazione non gestita.

L'altro problema è che la rivoluzione è uno psicodramma ed ha bisogno perciò di un palcoscenico. E dove lo rappresentiamo? A Milano? A Roma? A Napoli? E' possibile dare lo spettacolo a Milano mentre i personaggi da decapitare stanno a Roma? E il pubblico? Ve li immaginate i milanesi (ma anche i Fiorentini), con il loden, la gonna a pieghe e i problemi di dieta, che portano in giro le teste grondanti di sangue e materia cerebrale della classe egemone?

E questo, da un punto di vista solamente logistico, complicherebbe di molto le cose ad un Robespierre milanese, o romano! Cosa che non hanno capito le BR, i NAR e Di Pietro. Infatti, i BR li acchiappano sui treni, visto che sono costretti a spostarsi appresso alle prede per inutili omicidi, mentre Di Pietro s'è fatto sfuggire i socialisti che si sono rintanati a Roma. Quando i milanesi innalzavano cartelli con "Di Pietro facci sognare", davanti al tribunale di Milano, non immaginavano che la rivoluzione che loro speravano era, e rimane, un sogno.

Eppure la rivoluzione sarebbe necessaria! Tutti concordiamo che i problemi italiani derivano dalla sclerosi della classe egemone, ormai completamente presa da riti bizantini da cui non riesce ad uscire. Sono ormai un peso per la società produttiva, un'aristocrazia della cooptazione, che si sta trasformando anche in ereditaria, finendo per somigliare in tutto e per tutto all'ancient regime che aveva portato la Francia al disastro economico prima della Rivoluzione. Purtroppo lo stato delle cose richiederebbe l'eliminazione di questa classe aristocratica ma, come abbiamo appena dimostrato, la rivoluzione in Italia sarebbe bella da avere ma impossibile da fare.

Quindi, accertato che in Italia la rivoluzione, pur necessaria, è impossibile, non resta che andarsene dove il sistema è stato già "rivoluzionato" e dove la borghesia gestisce il potere attraverso le leggi che lei stessa ha creato e che si è auto imposta.

Perciò, chi può, venda tutto e se ne vada all'estero: ormai a Londra o a Parigi si trovano le stesse pezze Benetton/Donna Karan/Max Mara e le stesse scarpe Nike/Adidas, tutto prodotto in Cina, e anche gli stessi hamburger che mangiate a Varese.

E poi, non c'è più neppure il problema del cambio: l'euro regna sovrano dall'Atlantico all'Ucraina.

ICI: perchè è bene lasciarla

Assodato che gli italici sono ancora in gran parte quelli descritti da Verga nella "Roba" o moderne versioni di quelli dipinti dal maestro Ermanno Olmi nell "Albero degli zoccoli", si capisce il perchè tutti odiano l'ICI e, di conseguenza, perchè i nostri politici non-pensanti si affannino a cercare di ridurla e/o eliminarla.
Una tassa sulla robbba (con tre b rende meglio l'avidità dell'italico contadinaccio arricchito), e in particolare sulle quattro mura, è qualcosa di insopportabile per quei contribuenti ob torto collo che sono i lavoratori dipendenti ed i pensionati, già ultra incavolati perchè non possono evadere come i lavoratori autonomi che, anche loro, al momento di pagare l'ICI si arrabbiano moltissimo perchè, e qui veniamo al dunque, l'ICI è un'imposta non eludibile in quanto tassa gli immobili, oggetti che non si possono nascondere e che, di per se, sono altamente visibili e censibili, anche con moderni mezzi come il satellite che può scoprire se in un certo posto, la dove c'era l'erba, ora c'è una città (abusiva).

Quindi l'ICI è una tassa democratica perchè la devono pagare tutti: lavoratori dipendenti, pensionati, ereditiere, politici, politicanti, imprenditori, extracom, presentatori, faccendieri, vallette, veline, tronisti, escort, spacciatori, taglieggiatori, banchieri, bancari, puttane, travestiti, fotografi, attori, cantanti, idraulici, meccanici e perfino avide mogli separate.Tutti, purchè abbiano una proprietà immobiliare, devono pagare e pagare al proprio sindaco che ne risponde ai suoi concittadini.

Ciò premesso, e se gli italiani che pagano le tasse non amassero darsi martellate sulle dita o su altre parti più molli, si vede chiaramente che il loro interesse sarebbe che l'ICI rimanesse in piedi (anche senza esenzioni prima casa) e, di contro, che venisse ridotta l'IRPEF. Perchè un'ICI aumentata la dovrebbero pagare tutti mentre dello sgravio sull'IRPEF ne beneficierebbero in gran parte quelli che le tasse le pagano già.

D'altra parte questo è il sistema che è in funzione negli USA, e che noi tanto idolatriamo, dove le aliquote delle imposte sul reddito sono basse ma i comuni e gli stati ricavano gran parte dei loro introiti proprio da imposte sugli immobili.
Ovviamente questo sistema non sarà mai adottato da noi perchè il succo del discorso degli italici contribuenti neghittosi è sempre e uno solo: non pagare nessuna tassa, sperando che le paghi qualcun altro e che i debiti della Repubblica siano prima o poi fatti sparire da una Buona Fatina con una classica e potentisssima bacchetta magica.

Una favola, insomma!

martedì 11 settembre 2007

Annuario ISTAT: lettura obbligatoria

Qualcuno si è meravigliato di leggere nelle statistiche ISTAT che in Italia ci sono 800 mila analfabeti che fanno compagnia a ben 15 milioni di persone (su quasi 60) che hanno una bassissima scolarità, in pratica gente che ha la quinta elementare, senza alcuna cultura e pochissima capacità di comprendere il mondo.

A chi con piacere e diletto si è acculturato in geografia, statistica e demografia fa sempre altrettanta meraviglia scoprire che c'è ancora chi si stupisce di questa situazione di vero sottosviluppo culturale, ma poi ci sovviene che è proprio questa massa culturalmente informe che crea il substrato antropologico della nostra società, che è cambiata poco o nulla da quella descritta da Carlo Levi. Con la sola correzione da fare che Cristo molto probabilmente non si è fermato ad Eboli, ma molto più al nord, più o meno dalle parti di Vipiteno (BZ).
Forse sarebbe ora che per essere ammessi alle primarie di qualsiasi partito e coalizione i candidi - perchè fessi - candidati venissero costretti ad un esame sull'unico libro che permette di capire com'è fatta l'Italia: l'annuario ISTAT. Si eviterebbe così che una nata ricca, e maritata meglio, ministro dell'Istruzione se ne uscisse con un "ma chi me l'ha fatto fare a me di fare il ministro di un paese così povero" e ignorante, aggiungiamo noi sommessamente.

lunedì 10 settembre 2007

L'impotenza di TPS

Ovviamente nulla ci interessa degli ormoni di TPS, ma molto di più la sua incapacità di tagliare la spesa pubblica, come ha dichiarato in un intervista al Corriere. Il succo del discorso di TPS è che la voce di spesa che cresce continuamente, e che è molto difficile tagliare, è quella per il personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche statali e periferiche. E, a questo punto, la maggior parte degli italiani si sarà detta: e questo lo sapevamo pure noi. Quello che però non è chiaro è perchè TPS dice che è difficile ottenere risparmi da questa voce.
La spesa (in crescita) per il personale pubblico è stata nel 2005 di € 148,7 miliardi e TPS si propone di ottenere dei risparmi man mano che i dipendenti pubblici siano messi in pensione, e qui potremmo anche essere d'accordo in quanto un dipendente pubblico che va in pensione prende dallo Stato (perchè è sempre lo Stato che gli deve dare la pensione) circa un 17% in meno, per cui ad ogni pensionamento c'è un risparmio evidente, oltre a quello nascosto che è il costo del posto di lavoro (telefonate, PC, riscaldamento, elettricità, cancelleria, arredi).
Ovviamente TPS aspetta che la gente se ne vada in pensione, anche se, di contro, si fa di tutto per tenerli in servizio allontanando pure per gli statali l'età pensionabile. Però ci vuole tempo ed conti dello Stato, che paghiamo noi con salatisse tasse, non aspettano e perciò forse sarebbe bene fare come fanno molte aziende private quando hanno problemi di bilancio: tagliare il personale senza bisogno di aspettare che maturi l'età della pensione.
Perchè è inutile prenderci in giro: moltissimi dipendenti pubblici sarebbero ben felici di farsi accompagnare alla porta se potessero mantenere, anche ridotta, una retribuzione che magari non si chiamerebbe più stipendio ma pensione.
O davvero TPS crede che tutti i 3 milioni e passa di dipendenti pubblici sono lì per lavorare sul serio?

domenica 9 settembre 2007

Tatuaggi ed esibizionismo

Come diceva il buon vecchio Hegel il massimo desiderio dell'essere umano è essere riconosciuto e, come tutte le umane pulsioni, questa immanente esigenza interiore si distribuisce fra gli umani secondo una classica curva gaussiana.

Da un lato ci sono gli esibizionisti estremi e dall'altro le persone che fanno di tutto per non apparire e in mezzo tutte le variazioni sul tema. Ci sono tante ragazze, anche belline e con un corpicino niente male, che però fanno di tutto per insaccarsi in: maglie, maglioni, sciarpone, parka, cappelli di lana calati fino alle orecchie e, ovviamente, occhiali da sole a specchio.
Di contro, ce sono centinaia di altre che vanno in giro con pantaloni a vita così bassa, ma così bassa, ma così bassa che devono farsi la depilazione, cosidetta alla brasiliana, anche d'inverno.

Tatuaggi, piercing, capelli viola non sono altro che una delle tante forme di esibizionismo più o meno patologico come: le auto costose, le seconde mogli più bellocce e poppute delle prime mogli, le soubrettine in sostituzione delle seconde mogli, le barche da 2 milioni di euro (escluso accessori), le pagliacciate delle curve allo stadio, i teatrini della politica, i manager che vestono tutti gli stessi gessati, i manager con la doppia cravatta, i pelati che finiscono di pelarsi, tutto il variegato e variopinto mondo della moda e purtroppo, e dulcis in fundo, anche scrittore, giornalisti e blogger.

Anche scrivere è una forma di esibizionismo patologico il cui scopo è farsi "riconoscere" da altri esibizionisti: i cosidetti giornalisti e blogger arrivati, LE FIRME, i direttori e, ovviamente, dalle ragazzette fresche di università che sperano di poter sculettare sulle pagine di un giornale nazionale mentre prendono ben 20 euro a pezzo sobbarcandosi lunghe attese in anticamera per intervestare un esibizionista che ce l'ha fatta!

martedì 4 settembre 2007

Finanza P2P: il fenomeno ZOPA

Al convegno di IDC, “The European IT Banking Forum 2006” le due relazioni più interessanti sono state quelle di Bob Giffords, analista indipendente del settore finanziario, e quella di Tim Parlett, uno dei fondatori di ZOPA, acronimo di Zone Of Possibile Agreement, un luogo sulla Internet dove la gente comune può offrire denaro in prestito ad altra gente normale, che ne ha bisogno, senza dover pagare salatissime intermediazioni alle banche che servono, soprattutto, a pagare i lautissimi stipendi dei banchieri, le stratosferiche parcelle dei loro consulenti ed i lussi megagalattici dei consigli d’amministrazione.

ZOPA è un esempio concreto di quello che Giffords ha descritto, come uno degli scenari futuri a breve termine, ad una platea di banchieri e bancari che si dividevano fra chi non credeva per niente alle parole dell’analista e chi, semplicemente, non aveva capito niente di come si sta evolvendo il pur statico settore finanziario, forzato a darsi una mossa a causa della diffusione delle tecnologie dell’informazione e soprattutto della Internet e del WEB 2.0.

Zopa è il posto dove una persona qualsiasi può chiedere prestiti alla community di chi offre denaro, altra gente normale che ha qualche soldo in più e che vuole far fruttare meglio di quanto gli possa offrire la banca. Il tutto in sicurezza e con grande semplicità perché il modello di ZOPA è un meccanismo che si basa su pochi punti di forza.

Chi cerca un prestito è analizzato da ZOPA utilizzando i dati messi a disposizione dalle centrali rischi e dai sistemi antifrode ed, ottenuta la storia finanziaria di una persona, è possibile ricavarne un grado di affidabilità che ne determina anche il rischio e di consegunza anche il tasso da applicare al suo prestito.

L’altro punto di forza è che il prestito è spalmato sulla platea di persone che offrono denaro e che intendono ricavare un interesse pari a quello che il mutuatario potrà pagare. In questo modo il rischio per ognuno degli offerenti è di poche sterline e quindi con poche probabilità di perdita dell’intero capitale investito. Un prestito di 500 sterline, ad esempio, è spalmato su almeno 50 persone che, al più, rischiano solo 10 sterline.

Il guadagno di ZOPA è una piccola quota per il servizio, che è infinitamente più bassa di tutte le commissioni che di solito si debbono pagare alle esose banche. Per ogni prestito ZOPA trattiene sul capitale prestato una percentuale dello 0,5% (zero virgola cinque) ed un altro 0,5% l’anno lo deve chi concede il prestito.

Due conti della serva: se chiedo 2.000 sterline, il costo per l’operazione è di 10 sterline, che è aggiunto al capitale da restituire. E basta! Dovrò restituire 2.010 sterline, mentre ne ricevo sul c/c bancario 2.000.

Chi presta paga lo 0,5% sul capitale prestato: se uno presta 1.000 sterline ne paga 5 come commissione, per cui, se presta al 7%, guadagna 70 sterline di interessi per ogni anno, da cui deve sottrarre le 5 sterline di commissione, per un totale di 65 sterline di guadagno.

Bello vero? Ma questo è solo l’inizio perché questi meccanismi possono essere facilmente replicati all’interno di quelle che Bob Giffords chiama “nicchie”, cioè comunità di persone che si conoscono, condividono interessi o fanno affari insieme e che possono trovare più conveniente fare transazioni finanziarie fra di loro piuttosto che subire l’intromissione ed i costi delle banche nei loro affari.

Come ha spiegato Tim Parlett è proprio questo il meccanismo che incentiva la gente a servirsi della finanza P2P: chi ha bisogno di un prestito cerca anche comprensione dei suoi bisogni e chi presta denaro non cerca solo il guadagno ma anche un compenso di tipo emozionale. E’ l’effetto eBay: non si partecipa alle aste solo per fare affari ma anche e soprattutto per fare un’esperienza. Fare un’esperienza è oggi l’elemento che, in alcuni casi, fa decidere di pagare un prezzo più elevato perché si riconosce che il caffè bevuto nella Piazzetta di Capri ha un valore molto ad di là del valore intrinseco del caffè anche se, ad onor del vero, solo un caffè preparato da qualsiasi barista sotto alla linea del Garigliano-Liri si può definire un caffè.

Ma ZOPA è anche e soprattutto una comunità ed il piacere di far parte di una community è un potente elemento di interesse, come dimostrano i milioni di gruppi che sono nati insieme ad Internet che è oggi passata alla fase successiva: al Web 2.0, il web della partecipazione, il web dove è l’utente che detta le regole, dove l’utente suggerisce i prodotti. E’ lo stesso effetto che avevano scoperto da tempo gli stilisti: sono le persone che fanno lo stile ed il lavoro del creativo è essenzialmente osservare lo streetwear, cioè quello che si porta, quello che la ragazzine inventano per sottolineare i loro corpi che sono molto diversi da quelli delle madri. Il compito dello stilista è quello di rielaborarlo in prodotti più fascinosi e, ovviamente molto più costosi perché branded. Nel settore della moda siamo già al Dress 2.0 dove il cliente fornisce l’input. Borse da donna con manici molto corti per portarle a giro manica per non essere scippate ed occhiali avvolgenti scuri per difendersi dalle luci stroboscobiche delle discoteche sono le cose nate dall’osservazione della vita di tutti i giorni.

Ma l’appartenenza ad una community non è il solo e nemmeno il più importante elemento perché giocano anche potenti forze psicologiche come: il voler rendersi utili agli altri (sindrome del boy scout), il piacere di aver fatto un affare (l’affarista), ed anche quello ancora più potente di fottere le banche (il graffitaro). Tutte sindromi umane di esseri umani che vorrebbero essere trattati, anche dalle paludatissime e laccatissime banche, come persone e non come numeri di conto da prosciugare mediante fantasiose commissioni che alla fine sono percepite, né più né meno, come un pizzo camorristico che non è per niente una bella esperienza.

ZOPA è un classico effetto long-tail: molti piccoli prestiti generano tante piccole commissioni che alla fine sono più consistenti in volume di grandi commissioni su prestiti anch’essi molto grandi che però implicano anche rischi più grandi. Un metodo da applicare molte altre situazioni bancarie dove, ad esempio, si potrebbero dare micro prestiti a basso interesse che, come dimostra l’esperienza di Yunos, il banchiere dei poveri, hanno alti tassi di ritorno. In parole povere: meglio tante uova domani che tirare il collo alla gallina oggi come fanno invece i signori delle carte revolving o quelli che adeguano automaticamente il tasso dei mutui alle incomprensibili manovre della BCE, un’altra istituzione che si illude di guidare un’economia complessa come quella di EU-27, con la sola leva del cambio.

Come pilotare un Jumbo con il joystick della Playstation.

No Brand? No party!

Il settore finanziario italiano è uno dei più lenti nell’adattarsi ad un mondo che è fondamentalmente guidato e dominato dal brand. Per quanto Naomi Klein si possa far venire crisi isteriche e sturbi vari, il brand ed i suoi elementi costitutivi (fra cui il famigerato ed odiato logo) è ancora oggi, e lo sarà a lungo, il maggior veicolo di attrazione e fidelizzazone del cliente. Questo perchè il brand riassume in maniera iconica una serie di punti di forza che sono alla base delle scelte del consumatore che, a differenza di quanto pensano tanti, sono quasi sempre scelte per niente ragionate ma molto più decise in modo automatico o, molto al limite, in modo semi automatico.

D’altra parte l’origine stessa di brand (etimo di “torcia” e per traslato “marchio impresso a fuoco”) deriva dalla necessità di quei pittoreschi ubriaconi scozzesi di essere certi che il whisky, di quello buono invecchiato 12 anni come piace a Michele, fosse quello sul quale il produttore avesse impresso il proprio logo e certificato così il prodotto. In una taverna scozzese, alla luce fioca delle torce, e con la vista annebbiata dai fumi dell’alcol, il consumatore in kilt indicava la botte con quel logo e così si risolvevano anche pericolose dispute che potevano finire a colpi di claymore, le pesanti spade che ogni buon selvaggio scozzese portava sempre con se finché i loro più selvaggi cugini inglesi non li fecero a pezzi nella battaglia di Culloden Moore dove ogni velleità indipendentista si squagliò come neve al sole dopo che i dragoni inglesi passarono casa per casa e uccisero vecchi, donne, bambini. E Handel, dietro compenso, of course, compose l’oratorio “Judas Maccabaeus” in onore del Duca di Cumberland che è sicuramente fra gli avi di quegli raffinati banchieri della City che non fanno sconti quando si tratta di massacrare le aziende avversarie. Meditate gente, meditate: dietro ad ogni laureato a Cambridge c’è sempre qualcuno i cui antenati scannavano feriti scozzesi a Culloden Moore il 16 aprile del 1746, cioè appena 260 anni fa.

Dato agli inglesi quello che gli spetta, ritorniamo al brand ed alle ragioni della sua importanza anche per le banche. La forza del brand sta nel fatto che anche oggi il consumatore non ha tempo per districarsi nella bolgia continua di comunicazione istituzionale e pubblicitaria da cui viene continuamente bombardato. In questo frastuono deve comprendere nella numerosa offerta, e per ogni settore economico, qual è il meglio per se, ed in questo tentativo di uscire con un suo vantaggio dalla foresta di messaggi la strada più semplice è quella di dare fiducia a quei marchi che “emozionalmente” gli ispirano fiducia. Perché in un paese in via di sviluppo è meglio bere una CocaCola piuttosto che una qualsiasi Local Cola? Perché “a naso” sappiamo che anche l’imbottigliatore locale della Coca Cola deve rispettare severe regole imposte da Atlanta che sicuramente non vuole perdere ne i consumatori ne la faccia, cioè la forza del suo brand.

Perché un brand deve soprattutto dare fiducia al cliente, fiducia che il prodotto/servizio fornito sia in linea con le sue aspettative e con le promesse che il fornitore fa implicitamente. Chi compra Mercedes o BMW si aspetta una certa qualità di prodotto e la sua scelta fra due prodotti simili dipenderà solo dal messaggio emozionale che il prodotto gli ispirerà. Ovviamente il prodotto deve avere le qualità per competere ma è stato ampiamente dimostrato che fra prodotti simili il consumatore sceglie quello che gli trasmette fiducia, affidabilità e, strano a dirsi, che gli racconti una storia. E qui le banche italiane stanno messe moto male perché di storie, nel senso di monster balls ne hanno raccontate tante ai loro clienti che invece vorrebbero che il loro marchio raccontasse una storia di successo, che il loro brand bancario sia rappresentato da AD presentabili, gente che sa portare bene lo smoking, con una bella famiglia, che sappiano stare lontano dagli scandali, insomma qualcuno in cui identificarsi e non l’impiegata con due belle mezzelune di sudore sotto alle braccia, i capelli sporchi e l’aria che piuttosto che pensare al tuo danaro sta pensando che non si è ancora potuta cambiata l’assorbente.

Questo vale sempre e spiega perché la classifica dei top brand vada di pari passo con le fortune aziendali, tanto che esistono valutazioni di quanto vale un marchio in termini economici e non sorprende che i brand che valgono di più sono anche quelli delle aziende che sono al top delle classifiche generali e di settore.
E’ stato provato che avere un brand conosciuto dai consumatori, anche nel settore finanziario, è un elemento che dice immediatamente se la banca funziona meglio dei competitori perché una banca con un brand che abbia un valore funzionale ed emozionale fornisce ai suoi stake holders una promessa di efficacia ed efficienza, soprattutto se il brand serve a condividere una stessa identità. In parole povere un brand diventa un’icona, una bandiera di un’azienda di cui si è orgogliosi di fare parte come cliente, dipendente ed azionista. Qualcosa di lievemente irrazionale che, alla fine, somiglia molto all’amore perché è proprio questo l’effetto finale di un brand: suscitare amore verso l’azienda. Un amore che deve continuamente ravvivato ed essere diffuso in tutta l’organizzazione e che di solito è sintetizzata in uno slogan aziendale, la tagline che appare sui siti delle aziende di successo “Your potential. Our passion” è la tagline di Microsoft. “You & Us” quella di UBS, “The world local bank” quella di HSBC, “La banque du un monde qui change” quella di BNP Paribas.

Al contrario nelle nostre banche di solito è molto difficile trovare una frase che descriva sinteticamente l’essenza dell’azienda. Anche un dipendente di vecchia data non riesce a dare con un immagine semplice, immediata e pregnante l’essenza della sua azienda. D’altra parte è comune esperienza sentire l’impiegato allo sportello che smoccola sull’azienda che gli sta pagando lo stipendio, le rate della macchina, il mutuo e la scuola di pianoforte della figlia con velleità artistiche. Ma d’altra parte che fanno le aziende finanziarie per pompare il brand? Assolutamente niente o, quando lo fanno, si danno da fare con soluzioni fatte in casa come quella banca che aveva scelto un logo veramente orrendo, senza senso ed anche fuori contesto che però aveva il pregio di piacere all’AD che ha imposto che quella schifezza troneggi su tutte le agenzie della banca anche se aveva lo sgradito secondario effetto di dare fastidio agli automobilisti perché le sue luci multicolori si confondeva con i semafori.
E se volete toccare con mano un esempio di totale ignoranza del valore del brand nelle banche italiane lo si può sperimentare in maniera molto semplice su Internet.

Premettiamo che, con pochi soldi, frazioni infinitesime dei costi di una banca, è possibile far digitare un nome internet senza il www iniziale e questo per agevolare il navigatore, ma anche perché l’azienda ha contezza del fatto che il suo è un brand affermato e conosciuto. Provate a digitare ibm.com o cocacola.com o uno qualsiasi dei global brand e sarete portati sul sito istituzionale dell’azienda. Ovviamente funziona anche ibm.it o xerox.it perché il www è roba per il sito di una paninoteca. Se ne accorto anche Beppe Grillo che può essere raggiunto a beppegrillo.it.

Provare anche: hsbc.com, bankofamerica.com, barclays.com, bnpparibas.com, socgen.com, abnamro.com, citi.com, deutschebank.com, rbs.com, jpmorgan.com, morganstanley.com, ubs.com, ing.com, creditagricole.com, abbeynational.com Funziona! E qualcuno ha anche comprato i siti .eu.

Ora fate la stessa prova con le maggiori banche italiane. Unicredit.com non esiste, capitalia.com è stato scippato da uno più lesto di Geronzi. Intesasanpaolo.com non esiste. Ma non esiste nemmeno intesa.com, mentre sanpaolo.com porta ad una pagina anonima dove qualcuno si scusa del disagio. Generali.com non esiste, generali.eu parla di generali e di battaglie e mediobanca.com porta ad un sito che tratta oro che è abbastanza vicino alle attività bancarie ma non è la Mediobanca. Unipol.com appartiene ad altri. Ubibanca.com non esiste. Alcuni nomi sono addirittura liberi e possono essere comprati: una bella pacchia per i phisher.

Che significa tutto ciò? Semplicemente che, in generale, le banche italiane non hanno alcun attenzione al brand, il che potrebbe voler anche dire che loro dei loro stake holders non se ne fottono assolutamente niente. Basta che, come quel fesso di Pinocchio, portino in banca gli zecchini e poi, se lui vuole trovarci via web o via call center, è un fatto assolutamente secondario e neppure da incoraggiare perché il cliente è solo un grosso fastidio che distoglie dalla impellente necessità di andare a cazzegiare al bar di fronte.

FED e BCE: volo a vista

Il 17 dicembre 1903 i fratelli Wilbur e Orville Wright a Kitty Hawk, North Carolina (USA) fecero volare un vero aereo e questo contro le temerarie affermazioni di grandi scienziati, compreso il grande Edison, che avevano sentenziato che il volo di un manufatto umano più pesante dell’aria era fisicamente impossibile. Invece, due costruttori di biciclette dimostrarono che, se si abbandonano le vie solitamente seguite e ci si industria per risolvere un problema, non c’è traguardo che l’uomo non possa raggiungere.

Il loro Flyer, un insieme di metallo, legno, stoffa e di un piccolo motore a scoppio, non era complesso come un moderno Airbus o un Boeing, ma ne aveva le stesse necessità di comando e controllo ed, infatti, la chiave del successo dei fratelli Wright fu l’installazione di un sistema di manovra sui tre assi che comprendeva la possibilità di modificare il profilo delle ali per il bilanciamento laterale, un timone mobile verticale per il controllo della direzione ed uno orizzontale per la salita e la discesa.

Quello di cui dispongono oggi i banchieri centrali per gestire la complessa macchina della finanza è qualcosa di simile, e forse anche di molto più rudimentale, del sistema usato dai fratelli Wright per pilotare un aeroplanino di legno e tela quando, invece, per gestire una macchina composta di milioni di parti che operano sui mercati finanziari mondiali, ci sarebbe bisogno di un sistema di previsioni, di comando e di controllo molto più complesso, molto più sofisticato e perciò molto simile a quello che serve a gestire tutto il traffico aereo che insiste 24 ore su 24 sopra l’intero pianeta Terra.

Di fronte all’attuale crisi immobiliare, ampiamente prevista dagli economisti seri (vedi Robert J. Shiller “The New Financial Order” ,2003), ovvero non quelli che passano le giornate a mendicare un passaggio da Vespa e da Mentana, i banchieri centrali, coadiuvati dal loro codazzo di funzionari lautamente retribuiti, hanno mostrato al mondo di non avere altri strumenti di gestione che un’arcaica manovra sui tassi che ha effetti devastanti sia che venga utilizzata per frenare la liquidità sia che venga usata per dare denari ad un mercato asfittico e poco liquido.

La ragione è che manovrare solo i tassi è un modo rozzo e brutale di gestire la finanza in quanto gli effetti si spandono in maniera indifferenziata su tutti gli operatori con le conseguenze non volute (?) che vediamo in questi giorni. L’idiozia della FED di aumentare i tassi USA ha fatto lievitare le rate dei mutui e dei prestiti in un paese super indebitato e questo ha provocato l’ondata di default ingenerata anche dal vizietto di banchieri molto golosi di dare credito facile e senza controllo anche a cani e porci, cioè anche a chi non aveva merito creditizio. In parole povere, per bloccare il credito facile Greenspan, Bernake (ed il loro imitatore Trichet) hanno pensato bene di alzare i tassi, che è come dire che per evitare che dei vecchi volponi (gli hedge fund) vengano a bere nell’abbeveratoio delle vacche sane si chiude il rubinetto per tutti con la non voluta (?) conseguenza di far morire di sete anche le vacche da latte, cioè i piccoli utenti, cioè tutti noi ordinari mortali che di solito non abbiamo ne tempo ne denaro per specule sulle differenze di cambio e di tassi.

A che serve alzare i tassi ad un impiegato che si è comprata la casetta per viverci, conscio che è meglio investire in un piccolo esborso mensile per una rata affrontabile invece di buttare denaro in fitti senza ritorno? A che serve aumentare la rata al piccolo negoziante che compra le mura del suo negozio invece di far abboffare una vecchia stronza redditiera che campa da parassita sul lavoro degli altri? A che serve aumentare il costo dei prestiti per l’imprenditore serio e lavoratore che utilizza il credito in maniera giusta, cioè come polmone e non come capitale di rischio? Non serve ad un tubo. Anche se io userei una parola di 5 lettere più pregnante e meglio adatta al livello di incavolatura. Anzi, ha un effetto del tutto opposto a quello che (a chiacchiere) si propongono i banchieri centrali: fa solo aumentare l’inflazione, cioè la crescita dei prezzi.

Il meccanismo è molto semplice, siccome nessuno vuole perdere il proprio patrimonio, soprattutto se è la casa dove si abita o il proprio negozio, e nessun imprenditore può ridurre i costi oltre un certo limite (i famosi costi incomprimibili) è gioco forza, se i banchieri aumentano i tassi in maniera indiscriminata, che tutti si diano da fare per aumentare i propri redditi. I lavoratori chiedendo più salario e gli imprenditori aumentando i prezzi di merci e prestazioni. E, se le due cose non sono possibili, assistiamo a fenomeni che disturbano parecchio un’economia come la delocalizzazione delle imprese verso paesi più convenienti. Ovviamente, aumenti di salari e di prezzi fanno aumentare l’inflazione che è proprio il contrario di quello che (a chiacchiere) vorrebbero i banchieri centrali con le loro generalizzate acritiche manovre sui tassi che assomigliano tanto a una bomba atomica lanciata per sterilizzare un pantano pieno di rane, bisce e zanzare.

Che bisognerebbe fare invece? Bisogna rapidamente tornare ad un efficace e severo controllo del sistema finanziario impedendogli con la forza della legge (e non con la eludibile moral suasion) di prestare soldi a chi non può ragionevolmente restituirli. Questo significa anche che bisogna tornare ad un’antica regola: tassi bassi e bassissimi per chi non è a rischio e tassi proporzionalmente alti per chi è ha rischio o per chi fa operazioni a rischio e/o opera in mercati rischiosi. In altre parole tassi al 2 o 3% al massimo per i mutui e tassi alti e altissimi ai signori degli hedge fund e per tutti coloro che acquistano attività (finanziarie, immobiliari, azionarie) con soldi non propri e con l’utilizzo di leve finanziarie.

Grazie alle tecnologie dell’informazione non ci vuole molto a mettere in piedi un sistema di controllo in tempo reale e che ha anche una sua giustificazione etica e tanto per spegnere le voci contrarie (e disinteressate?) di chi vuole un mercato assolutamente e troppo libero che spesso si trasforma in una specie di selvaggio west dove vale la legge del più forte (le banche). Se ogni parte di un moderno aereo deve essere certificata per autorizzarlo a trasportarci, se le nostre auto devono rispettare severi parametri di sicurezza ed inquinamento per poter circolare, se i giocattoli dei nostri bimbi devono essere tolti dal mercato se sono potenzialmente pericolosi, se un formaggio per essere venduto deve garantire provenienza dei componenti e di processo, allora si può benissimo obbligare le banche e tutti gli operatori che concedono credito a rispettare delle semplici norme di prudenza nei confronti di pericolosi avventurieri e abbassare i tassi verso chi vuole solo una rata affrontabile per realizzare un sogno umano mimino: un tetto sopra la testa.

Non tutte le truffe vengono per nuocere

Una delle previste e probabili next big thing, ovvero il qualcosa che dovrebbe ridare vigore a mercati un po’ affamati di novità dopo l’abbuffata internet e dei celluari, sono gli RFID, le targhette elettroniche applicate ai prodotti che renderanno più semplice gestire la logistica. Gli RFID, infatti, si leggono a distanza, senza alcun contatto ed agevolano la gestione delle merci con un conseguente effetto positivo sui prezzi al consumo.

Gli RFID da noi stentano a decollare perchè, come al solito, manca un elemento di spinta, un driver che ne permetta l’adozione su larga scala. Negli USA c’è il solito Department of Defense, sempre a caccia di innovazioni, che spende e spinge per l’adozione delle magiche targhette che sono un grosso aiuto per la gestione di milioni di oggetti che sono alla base della logistica di una delle più grandi forze armate del mondo. Milioni di tonnellate di merci sono spedite ogni giorno in giro per il mondo e l’identificazione certa di un materiale può essere, nel campo militare, più che un modo di risparmiare piuttosto un accorgimento per evitare errori fatali. E non è un erroraccio inviare ad un reparto combattente un pallet pieno di dentifrici invece dei pezzi di ricambio per un radio da campo.

Altro grande protagonista americano della svolta RFID è Walmart, il colosso dei supermercati, che, con la sua potenza contrattuale, sta obbligando tutti i suoi fornitori a marcare i prodotti con le etichette elettroniche. E, siccome nessuno è disposto a perdere un cliente come Walmart, tutti si adeguano e si crea così una cultura basata sulle etichette intelligenti e questo darà un ulteriore impulso all’economia americana, confermando che è l’innovazione il principale motore per lo sviluppo delle economie moderne che devono pararare la concorrenza dei bassi costi praticati dai paesi in via di sviluppo.

Questi ultimi sono molto aggressivi, pronti a copiare ogni tecnologia ma anche disposti a giocare sporco e fuori delle regole, utilizzando metodi molto spesso illegali ed talvolta anche criminali come sono la contraffazione dei prodotti di marca e la loro sostituzione con prodotti pericolosi per i consumatori. Ormai è all’ordine del giorno scoprire dentifrici taroccati, medicinali che non hanno nessuna sostanza attiva, giocattoli velenosi e pericolosi che costano poco perché non rispettano le rogale che i paesi civili si sono dati con molto affanno per tutelare i consumatori.

In questo caso gli RFID potrebbero essere la risposta delle marche per evitare la contraffazione ottenendo un duplice risultato: tutela effettiva del consumatore e adozione immediata degli RFID che avrebbe un benefico effetto sui costi della logistica che sono poi scaricati sui prezzi finali.

Prendendo ad esempio il caso dei dentifrici contenenti sostanze tossiche e spacciato come quelli della famosa Colgate, è chiaro che, se in ogni tubetto fosse annegato un chip univoco, sarebbe facilissimo per il consumatore verificare l’autenticità del prodotto nel momento stesso che il tubetto passa sullo scanner della cassa. Per non parlare di quei prodotti cui prestare maggiore attenzione come i medicinali la cui contraffazione può portare gravi conseguenze per il malato.

Al momento però l’adozione degli RFID è frenata dal costo che è, come al solito, funzione dei volumi ma, se non si considera solo il vantaggio per il singolo sistema ma quello che ne avrebbe l’intero sistema industriale/commerciale, nonché quelli in termini di sicurezza (morti, malattie ed incidenti evitati) allora il costo è un elemento marginale. D’altra parte anche nelle automobili abbiamo avuto una lotta fra chi voleva maggiore sicurezza e l’industria che non voleva caricarsi di altri costi. Per fortuna hanno vinto i primi ed oggi abbiamo auto che costano meno di quelle degli anni 60 ma con una dotazione di sicurezza che è andata bel oltre le aspettative di chi metteva la salute dell’automobilista davanti ad ogni interesse economico. Le battaglie per la sicurezza automobilistica non hanno solo prodotto le cinture, i caschi, l’ABS e l’airbag ma hanno creato in primo luogo una cultura: quella della protezione del consumatore.

Adottare gli RFID per capire se una scatola di aspirine è originale o nient’altro che un po’ di qualche sostanza bianca, forse non innocua, può sembrare eccessivo e stupido ma far morire un bambino perché ha messo in bocca un giocattolo tossico non a norma CE lo è infinitamente di più.

Come era al verde la nostra valley

Nel 1976, “Mike” Markkula decise di non lavorare più. Grazie alle stock option ottenute per gli ottimi risultati come ingegnere elettronico alla Fairchild ed alla Intel, due dei più importanti produttori di componenti elettronici, era diventato miliardario e perciò non aveva nessun incentivo per continuare a lavorare. Aveva semplicemente chiuso con la corsa sfrenata al guadagno, quella rat-race che tanto impronta la vita americana. Se ne voleva solo andare a sciare a Lake Tahoe, bellissima località sciistica della California ed anche luogo natale di una mia amica bionda, che non c’entra nulla con le banche, ma che, vi assicuro, vale assolutamente la pena di ricordare.

Markkula, non dovendo più lavorare, aveva tempo libero e perciò si trovò a passare un giorno davanti al garage di un certo Steve Jobs dove conobbe anche il suo socio, l’altro Steve, Wozniak, e lì vide qualcosa che suscitò il suo interesse. Molto interesse. Cominciò a dispensare un po’ di consigli da esperto uomo d’affari a quei due ragazzotti che avevano pochissimi soldi e un grandissimo sogno. Un sogno epocale: creare un Personal Computer.

Markkula elaborò per loro un business plan e, quando capì che i due Steve avevano 5.000 (cinquemila) dollari in tutto, vi aggiunse 91.000 (novantunomila) dollari di tasca sua, chiedendo in cambio un terzo della società che i due smanettoni avevano fondato. Markkula era profondamente convinto che la Apple, sarebbe diventata, entro cinque anni, una delle cinquecento aziende più importanti americane, cioè sarebbe entrata nella lista Fortune 500 insieme ad aziende come: IBM, EXXON, General Electric, General Motors, Coca Cola ed altri simili colossi.

Ma non si limitò a metterci i soldi perché si rese anche conto che due sognatori non erano in grado di gestire un’azienda e perciò assunse Mike “Scotty” Scott, un dirigente della Fairchild che aveva l’esperienza necessaria per far diventare realtà il sogno dei due cantinari.

Questa storia, raccontata anche nel film “I Pirati della Silicon Valley”, che vi consigliamo vivamente di vedere e rivedere per rendervi conto che viviamo purtroppo in un paese “anormale, senza speranza e senza futuro, è un classico esempio di un’operazione di Venture Capital, quel sistema che ha creato gran parte delle aziende innovative americane che nascono su tre pilastri: gente con un sogno, gente disposta a rischiare il loro denaro su questi sogni e gente con una grande capacità di management che mette in gioco la propria reputazione su di un sogno. Perché avviare una start-up è un compito da far tremare le vene dei polsi anche al più esperto, navigato e scafato dei manager. Una start-up ha in se la possibilità di fallimento che però, nella società USA, non è una vergogna ma uno stimolo per riprovarci, per fare meglio. Vi siete mai chiesti perché noi usiamo le penne e gli americani le matite? Perché loro sono disposti a cancellare e rifare senza problemi. Noi italici, invece, vogliamo essere assolutamente certi di quello che facciamo e perciò cerchiamo di non correre mai rischi. Mai. Anche quando scriviamo la lista della spesa per il supermercato.

Gli italiani di solito non cercano un posto per lavorare ma semplicemente vogliono “il posto”!
Parola che implica qualcosa di fisso, di definitivo, possibilmente di molto statico e, ovviamente, sotto la tetta di mammà. Ma mai e poi mai, si aspira a qualcosa che implichi un rischio, un’attività e, soprattutto, un’innovazione. Innovare significa distruggere, diceva Mao intendendo che l’innovazione distrugge il vecchiume, l’obsoleto, il retrogrado. Ma implica anche rischiare di distruggere denaro. Ed il contadinaccio che è nelle linee genetiche dell’italico popolo non è disposto a perdere. Perciò nel nostro bel paese tutto resta tranquillo e quieto. Come in un cimitero!

Ovviamente ci sono le famose eccezioni che confermano anche gli andazzi più stantii. Quando sono venuto a Milano mi è stata raccontata di prima mano, cioè da quello che ci aveva messo i suoi soldi, di come si è sviluppato un brand del fashion italiano, uno ormai noto in tutto l’orbe terraqueo, forse più del Papa. Un signore con qualche disponibilità economica, diciamo una specie di “Mike” Markkula milanese, aveva avuto fiducia in una persona giovane, con belle idee innovative ma pochissimi denari. Fatta l’iniezione, ovviamente a rischio, dei necessari capitali, le idee di questo giovane, che oggi veramente onora l’Italia, hanno trovato il carburante per farsi strada nel mondo, a riprova che anche nelle nostre sgangherate e miserabili valley “al verde” si possono creare dei global brand a livello di Apple, Microsoft, Google, Chanel e Luis Vuitton.

Ma perché da noi il Venture Capital in pratica non esiste?

Una ragione l’abbiamo detta: il paese non ama il rischio perché è in gran parte un paese di rubizzi contadinacci che sembrano appena usciti da un quadro di Pieter Bruegel il Vecchio. Provincialotti con pochissima scolarità e interessati solo a quello che avviene fino al prossimo fiume o alla prossima catena di colline i cui abitanti, anche se distano in linea d’aria due o tre chilometri, sono visti come pericolosi estranei, quasi come dovevano apparire i selvaggi Scoti ai civilissimi soldati romani dell’imperatore Adriano. E poi: perché rischiare il proprio denaro quando si può vivere di rendita prestando i soldi allo Stato tramite i BOT? Perché azzardare il gruzzolo quando si può affittare in nero agli extracom un buco a Roma o a Milano? Perché avventurarsi in pericolose innovazioni quando con pochi ettari di terra si può mungere la vacca dei contributi comunitari e nazionali destinati ad un’agricoltura di mera rapina? Insomma, in qualche modo, il companatico l’italica stirpe se lo procura sempre. Mentre il pane lo dà quasi sempre un posticino alle Poste, alla ASL, al Liceo “Garibaldi”. Magari non un grande stipendio ma, unito all’esosa rendita del bilocale affittato agli studenti fuori sede della Bocconi (che non si comprende perché non se ne vadano a studiare a Princeton), si raggiunge quel cash-flow che permette all’italiano medio di rimanere a galla, anche se il liquido circostante è più liquame di fogna che acqua limpida di fonte.

Anche ai pochissimi economisti onesti e competenti sfugge il disastro causato dall’esistenza di un irredimibile debito pubblico. Di solito si guarda solo alla mera parte contabile del disastro: la Repubblica Italiana ha troppi debiti e quindi paga tantissimo in interessi. Inoltre, i suddetti economisti sciorinano con orrore il fatto che quest’enorme debito pubblico sia posseduto dagli stranieri, dimenticando però che l’altra consistente metà è posseduta (direttamente o indirettamente) dagli italiani stessi e che questo è solo un fenomeno recente. Un fenomeno post-euro quando gli italiani, abituati a vivere di rendita con BOT al tasso del 10%, si sono resi conto che, da allora in poi, i tassi dei titoli del debito pubblico sarebbero stati del 2/3%, con una decisa riduzione della loro rendita finanziaria parassitaria a spese della Repubblica Italiana.

Prima dell’euro ogni famiglia mediamente possedeva uno stock di 80 milioni di lire in titoli del debito pubblico e, ai tassi di allora, poteva ricavare 6/8 milioni di lire di rendita pura, cioè 500/600 mila lire al mese che integravano stipendi, pensioni e redditi da lavoro autonomo. Con i tassi al 2% post euro la rendita si è ridotta a 1.500.000 lire l’anno, cioè 70 euro al mese, mentre i prezzi schizzavano a razzo come lo Shuttle.

La cosa più devastante di quest’abitudine a vivere alle spalle di Pantalone, durata almeno 30 anni, è che ha creato negli italiani l’idea che c’è sempre un modo di “vivere” o “sopravvivere” mediante la rendita parassitaria, sia che venga dagli affitti sia che venga dagli investimenti in attività finanziarie. Ed è per questa ragione che tanti “furboni” (come Pinocchio) si sono fatti convincere ad acquistare i Bond Argentini. Con un 10% di rendita promessa sembrava tornata alla grande l’epoca del BOT grassi. Ma la storia ci ha dimostrato che la vacca argentina dai zizzoni gonfi di interessi era una bufala e nemmeno di quelle di Aversa, che almeno fanno il latte per la mozzarella DOP, che si vende molto cara.

Con questi chiari di luna e queste inculate al ritmo di tango è chiaro che l’italica stirpe di “risparmiatori al pecorino” si sia buttata sul mattone, contribuendo a far raddoppiare i prezzi degli immobili. Cosa che contiene un’ulteriore aggravante: chi “immobilizza” il suo capitale in un immobile non ha più liquidità e perciò deve parare le spese improvvise e gli aumenti costanti dei prezzi con una bella riduzione dei consumi, mentre, quando investiva in BOT, poteva sempre vendersi un titolo in caso di necessità.

Insomma la politica finanziaria dissennata dei governi della prima repubblica ha distrutto quel poco coraggio che gli italiani avevano mostrato nel dopoguerra e che aveva determinato il famoso miracolo economico. Per decenni la gente è stata disabituata a rischiare perché le rendite statali, da BOT o da “posto pubblico”, erano sicure e molto interessanti. Ed oggi è abbastanza tardi per convincere una popolazione fatta in gran parte di anziani ex contadini inurbati che investire in attività redditizie implica un rischio, come è normale che possa succedere con le strutture finanziarie sottostanti ad operazioni di Venture Capital.

Abbiamo visto che è per il momento impossibile alimentare con i fondi comuni, anzi c’è una continua disaffezione a questi strumenti, ma non è nemmeno facile costruire l’altro dei pilastri che è alla base del VC, quei fondi pensione che sono stati istituiti con molto ritardo e con modalità che non favoriscono certo la corsa in massa dei risparmiatori. Inoltre, questi strumenti sono stati istituiti come un altro pilastro della previdenza perché dovevano sopperire alle future deficienze della previdenza obbligatoria pubblica. Purtroppo questo spirito impedirà ai fondi di comportarsi come gli analoghi americani perché sicuramente non faranno operazioni rischiose se il loro scopo è di essere un pilastro della previdenza e non un sistema per avere una pensione aggiuntiva. Negli USA i fondi pensione sono strutture aggiuntive della Social Security e chi vi investe non cerca la sicurezza assoluta ma piuttosto il migliore rendimento e perciò i fondi americani sono fra i protagonisti delle operazioni di VC. Da noi nessun fondo pensione mai potrà investire in operazioni a rischio perché si è nei fatti “esternalizzata” nei fondi la funzione di “mantenimento” degli anziani che è invece propria della previdenza sociale. E, siccome i fondi dovrebbero essere alimentati dai TFR dei lavoratori, è chiaro che quei pochi che vi aderiranno impediranno qualsiasi avventura finanziaria che metta in pericolo “la liquidazione”, altro idolo dell’italiano medio che, dopo aver fatto finta di lavorare per 35 anni e rubato lo stipendio per uno stesso periodo pretende anche una buona uscita. D’altra parte non siamo il paese della commedia dell’arte? Quella dove paga sempre Pantalone?

La terza gamba del sistema di VC dovrebbe essere l’università, non tanto intesa solo come centro di ricerca, e quindi fucina di nuove idee, ma piuttosto come importante attrattore finanziario. La possibilità che dà la legislazione fiscale USA di poter avere dei benefici, quando si fanno donazioni alle università, permette a queste ultime di essere dei motori finanziari molto importanti che partecipano insieme ai fondi comuni ed ai fondi pensione al finanziamento delle start-up che, in molto casi, sono figlie dirette delle stesse università. L’algoritmo di Google è nato a Stanford e l’ateneo è anche socio di questa azienda che è nata come spin-off dell’università. Lo stato comatoso delle nostre università, che non sono in grado nemmeno di fare più la didattica normale, rende impossibile far partecipare i nostri atenei al finanziamento delle start-up nostrane ma nemmeno a far produrre loro brevetti ed innovazioni che in molte università americane costituiscono una buona parte delle loro rendite.

Infine c’è anche da dire che il sistema del VC americano trova una grande forza dal fatto che la DARPA, l’agenzia che cura l’innovazione per conto del Department of Defense (DoD), pompa continuamente denari nelle università e nei centri di ricerca delle industrie private per trovare nuovi mezzi utili alla difesa americana. La Internet è nata grazie ai finanziamenti del DoD, così come in tempo di guerra sono nati il radar ed il calcolatore elettronico. Ma può anche accadere che una ricerca nata in un’università diventi interessante per il DoD e perciò il sistema del VC, in autonomia, mette a disposizione i fondi, e spesso anche il management, utile a far sviluppare l’idea che, in molti casi, finisce per diventare un banalissimo prodotto commerciale senza alcun addentellato per la difesa.

La presenza in Italia di una forte componente antimilitarista e pacifista acritica ha sempre impedito anche una decente spesa nel settore della Difesa e quindi non c’è stato lo stimolo ad innovare come in Francia. Pochi si rendono conto che l’atomo francese civile è parente stretto dei reattori imbarcati sui sommergibili strategici della Marine National, che l’AIRBUS è parente strettissimo dei Mirage della Armée del Air e che il miglior CAD del mondo, il CATIA, è stato sviluppato dalla Dassault. Quando mi chiedono come l’Italia potrebbe darsi una mossa nella ricerca l’unica risposta seria, anche se in pratica impraticabile, è che la Marina Italiana commissioni all’industria italiana quattro portaerei, i relativi 500 aeroplani ed il naviglio di supporto, con l’accortezza di ordinare che “tassativamente” anche le tavolette dei cessi siano progettate in Italia. Proprio come fece quel pazzo di De Gaulle quando decise che doveva avere una Force de Frappe autonoma da quei vagotonici di americani.


Le implicazioni sul nostro sviluppo economico dell’assenza del VC

Senza denari non si cantano messe e nemmeno si fa innovazione. Oggi in alcuni settori (aeronautica, farmaceutico, medicale) servono milioni di euro per elaborare un nuovo prodotto, con un rischio molto elevato di fallire, e perciò i due apporti del VC, capitale di puro rischio e network, sono assolutamente essenziali. Però l’innovazione, e la conseguente introduzione di nuovi prodotti e nuovi processi produttivi, è l’unico modo di aggiungere valore e competitività. Il successo è oggi determinato da una semplice formula: bisogna essere monopolisti, anche per un periodo breve, con il lancio di prodotti che la concorrenza non ha ancora. Perciò innovare è necessario e questa è la spiegazione dell’arretramento continuo della nostra economia che, solo in pochi casi di eccellenza, vede aziende che innovano e perciò in grado di competere. E, ovviamente, quelle che fanno innovazione sono le aziende che hanno le spalle finanziarie forti per poter sostenere la ricerca senza apporti di capitali. Gli altri invece si limitano e si limiteranno ad una mera sopravvivenza che diventerà sempre più difficile.


Un modo di rimediare a questa situazione.

Premettiamo che il VC non è compito per le banche ordinarie, come pensa invece la maggior parte degli italiani che credono alle leggende metropolitane come quella che in USA si scarica tutto dalle tasse e che le banche americane presterebbero senza solide garanzie. Le banche di tutta la galassia non rischiano i soldi dei depositanti, o almeno non si fanno coinvolgere pesantemente in attività troppo rischiose. La missione delle banche è dare supporto temporaneo alle imprese, essere il loro polmone ausiliario, aiutare quelle già vive e vitali nella loro crescita fornendo credito adeguato alle capacità di restituzione nonché tutti quei servizi finanziari che sollevino le aziende da compiti che non sono propri. La banca non deve rischiare e perciò non deve capire che fa l’azienda ma piuttosto deve capire i bilanci che l’azienda presenta per avere quel credito che, mai e poi mai, deve diventare capitale di rischio come purtroppo abbiamo visto negli scorsi 180 anni quando decine di banche italiane sono diventate, di fatto, socie di grandi aziende non più in grado di restituire terzi e capitale. Aziende ormai morte che riescono però a “galleggiare”, come gli stronzi sull’acqua, grazie al fatto che imprenditori senza idee tengono in ostaggio centinaia di migliaia di famiglie di operai per i quali “deve essere” mantenuto un posto di lavoro (inutile) e, per altro, pagato con uno sputo in mano alla fine del mese. Questi denari prestati per forza a veri camorristi in gessato blu, sono sottratti a quelle imprese che invece di idee ne hanno e che potrebbero contribuire a far pendere a nostro favore la bilancia dei pagamenti. Non è certo vendendo nostri prodotti agli italiani stessi che potremo pagare gli uomini del KGB e del PCC, oggi riciclatisi come politici-affaristi monopolisti di materie prime e venditori di lavoro schiavistico.

Il VC è invece rischio e soprattutto competenza, sia per la comprensione dei modelli di business sottoposti per il finanziamento sia per capacità di fornire alle aziende in gestazione quelle capacità di management, tramite il network di conoscenze che il VC possiede. Molto spesso l’inventore o lo scienziato non ha capacità manageriali e non è in grado in maniera autonoma di procurarselo. Anche perché c’è mancanza di buoni manager. Questo, per inciso, in Italia è un problema molto sottovalutato perché non ci si rende conto che ci sono delle scuole di management che monopolizzano l’addestramento dei futuri manager. Scuole autodefinitesi prestigiosissime (anche se non hanno mai prodotto un Nobel), scuole che propalano una monocultura, di solito in ritardo di almeno quattro anni rispetto agli altri paesi, e basta vedere le date di uscita delle traduzioni italiane di testi topici di economia, management e cultura, quando pure siano tradotte e non “censurate” perché sgradite agli interessi dell’editore.

Il panorama quindi è abbastanza sconfortante, con pochi veri VC che non possono manovrare grandi masse monetarie perché manca la struttura finanziaria anche se non mancherebbero ne i denari ne quelli che istituzionalmente potrebbero farsi parte attiva in queste operazioni. La Cassa Depositi e Prestiti (CDP), invece di continuare a prestare soldi ai soli comuni per opere a volte discutibili, potrebbe anche impegnarsi in questo settore vitale dell’economia. Così come lo potrebbero fare le Fondazioni ex bancarie che tanto ex non lo sono considerato che la loro maggiore attività è di mantenere saldo il potere nella banche. Le Fondazioni sono oggi solo dei centri di potere per i politici locali, poltrone per politici nazionali trombati ed in disarmo, affittacamere di alloggi di lusso a parenti dei politici e, dulcis in fundo, centri di erogazione di elemosine ad entità varie locali presso cui farsi il buon popolo per le prossime lezioni. E qui si vede l’assoluta incongruenza del nostro agire: le Fondazioni tengono impegnati capitali ingentissimi nelle banche per ricavarne una rendita allo scopo di fare elemosine. Proprio quello che gli economisti esperti del sottosviluppo hanno scoperto essere la peggiore forma di aiuto. Continuare a fare regali non serve a far crescere una nazione. Fare una serie di regalie ogni anno, dopo aver munto le proprie banche, non crea nessun vantaggio, proprio come fare l’elemosina a quello che ti lava i vetri al semaforo non lo stimola ad uscire dalla sua condizione. Le fondazioni continuano a mantenere accattoni che perpetueranno il loro stato di accattoni mentre, invece, sarebbe bene utilizzare un parte dei loro fondi per finanziare le strutture di VC che, a loro volta, potrebbero far sviluppare attività innovative che quasi sempre aiutano le persone ad uscire dal loro stato offrendo lavoro e soprattutto creando progresso. Ma qualcuno dei dirigenti delle fondazioni ci pensa mai che da qualche parte c’è un brillante ricercatore (ahimè! senza soldi) che può, con un bella pensata, migliorare la vita di milioni di esseri umani?

Ciò premesso, è chiaro che anche da noi si potrebbe costruire un sistema di VC, ma è altrettanto chiaro che occorre anche una grande opera di comunicazione al pubblico dei risparmiatori ai quali deve essere sbattuto in faccia la terribile verità: chi vuole guadagnare di più deve rischiare di più, senza che poi vada a frignare dal magistrato per farsi ridare i suoi 5 zecchini. Nel contempo occorrerebbe che lo Stato, il grande concorrente nel drenaggio del risparmio, attuasse una serie di politiche volte a: ridurre le sue spese e quindi le tasse e l’indebitamento; rendere più autonome le università favorendo il finanziamento diretto delle stesse con opportuni sgravi fiscali; rendere appetibili gli investimenti in VC con una legislazione fiscale che tenga conto anche delle eventuali perdite e non solo dei guadagni; eliminare ogni tipo di finanziamento pubblico alle imprese che comporta il terribile svantaggio di abituare le imprese ad essere assistite e crea fenomeni di inquinamento fra la politica e quella imprenditoria non sana e non rivolta al mercato. Infine, se lo Stato e la UE la smettessero di regalare all’agricoltura una fetta molto consistente del bilancio comunitario, forse avremmo qualche finto contadino in meno, qualche brevetto in più e di sicuro più reddito, anche per dare un lavoro moderno e produttivo a quel Bertoldo parassita che ci sta trascinando nel baratro.

Pinocchio: un pamphlet italiano

Per i tantissimi che hanno letto il “Pinocchio” di Collodi e, per chi non ricordasse la favola, soffermiamoci sul punto che più a che fare con il sistema finanziario del Bel Paese. Come ricorderete, l’imprudente Pinocchio sfugge ai loschi progetti dell’impresario Mangiafuoco, una specie di Lele Mora dell’epoca, grazie all’intervento della provvidenziale onnipresente Buona Fatina dai Capelli Turchini, che, come ogni autorità di controllo italiana, interviene a mettere una pezza sempre dopo che, scoppiato lo scandalo, il naso del bugiardo di turno è cresciuto a dismisura perché racconta più fesserie di quelle che sono scritte in certi libri contabili sottoscritti e controfirmati da notissime aziende di certificazione di bilancio.

Al temporaneamente pentito Pinocchio va alla grande perché Mangiafuoco gli dona un piccolo tesoro di ben cinque zecchini d’oro, un tesoretto che avrebbero potuto alleviare la miserabile vita di un povero falegname che si era dovuto vendere anche la giacchetta lisa e consunta per far studiare lo scapestrato figliolo che, invece, aveva cercato un facile successo sgambettando nel teatro dei pupi insieme ad altri pupi e pupe. Come se un povero contadino, dopo aver speso fino all’ultimo risparmio per mandare la figlia allo IULM di Milano, se la ritrovasse invece nella “Fattoria” televisiva.

Pinocchio, ammaestrato dalla brutta esperienza, se ne dovrebbe tornare diritto, diritto a casa sua, ma, cammin facendo, incontra due gentiluomini, una Volpe zoppa ed un Gatto cieco, – un altro caso di finti invalidi - cui il burattino, vera testa di legno, mostra incautamente il suo tesoretto, così come fanno i pensionati che aprono ai finti tecnici della società del gas e TPS ai politici.

"C'è poco da ridere", gridò Pinocchio impermalito. "Mi dispiace davvero di farvi venire l'acquolina in bocca, ma queste qui, se ve ne intendete, sono cinque bellissime monete d'oro."
A questo punto, i due furboni lo convincono a “depositare” il suo denaro in un campo miracoloso dove sarebbe cresciuta rapidamente e rigogliosa una bella pianta di zecchini. E che bel parlar forbito ed interessato usano per convincere quella testa di legno di un burattino! Sembrano i depliant su carta patinata che le aziende distribuiscono prima della quotazione in borsa.
Erano giunti più che a mezza strada, quando la Volpe disse al burattino:
- Vuoi raddoppiare le tue monete? Vuoi tu, di cinque zecchini, farne cento, mille, duemila?
- Magari! E la maniera?
- La maniera è facilissima. Invece di tornartene a casa tua, dovresti venire con noi.
- E dove mi volete condurre?
- Nel paese dei Barbagianni.
- No, voglio andare a casa mia!
- Vuoi proprio andare a casa tua? Allora vai pure, e tanto peggio per te!
- Tanto peggio per te! - ripeté il Gatto.
- Pensaci bene, Pinocchio, perché tu dai un calcio alla fortuna.
- Alla fortuna! - ripeté il Gatto.
- I tuoi cinque zecchini, dall'oggi al domani sarebbero diventati duemila.
- Duemila! - ripeté il Gatto.
- Ma com'è mai possibile che diventino tanti? - domandò Pinocchio, a bocca aperta dallo stupore.
- Te lo spiego subito, - disse la Volpe. - Bisogna sapere che nel paese dei Barbagianni c'è un campo benedetto, chiamato da tutti il Campo dei miracoli. Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro per esempio uno zecchino d'oro. Poi ricopri la buca con un po' di terra: l'annaffi con due secchie d'acqua di fontana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera te ne vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e la mattina dopo, di levata, ritornando nel campo, che cosa trovi? Trovi un bell'albero carico di tanti zecchini d'oro, quanti chicchi di grano può avere una bella spiga nel mese di giugno.
- Sicché dunque, - disse Pinocchio sempre più sbalordito, - se io sotterrassi in quel campo i miei cinque zecchini, la mattina dopo quanti zecchini ci troverei?
- è un conto facilissimo, - rispose la Volpe, - un conto che puoi farlo sulla punta delle dita. Poni che ogni zecchino ti faccia un grappolo di cinquecento zecchini: moltiplica il cinquecento per cinque e la mattina dopo ti trovi in tasca duemila cinquecento zecchini lampanti e sonanti.
- Oh che bella cosa! - gridò Pinocchio, ballando dall'allegrezza. - Appena che questi zecchini gli avrò raccolti, ne tengo per me duemila e gli altri cinquecento li darò in regalo a voi altri due.
- Un regalo a noi? - gridò la Volpe sdegnandosi e chiamandosi offesa. - Dio te ne liberi!
- Te ne liberi! - ripetè il Gatto.
- Noi, - riprese la Volpe, - non lavoriamo per vile interesse: noi lavoriamo per arricchire gli altri.
- Gli altri! - ripetè il Gatto.
- Che brave persone! - pensò dentro di sé Pinocchio: e dimenticandosi lì sul tamburo, del suo babbo, della casacca nuova, dell'Abbecedario e di tutti i buoni proponimenti fatti, disse alla Volpe e al Gatto:
- Andiamo pure. Io vengo con voi.

Lo sciagurato burattino, come la Gertrude di manzoniana, disse di si. E va a finire come doveva finire: il burattino testa di legno finirà derubato dei suoi zecchini ed impiccato ad un albero rinsecchito, finché non arriverà di nuovo la provvidenziale Fatina a salvarlo. Peccato che non ci sia stata una fatina anche per quelle teste di legno che avevano creduto che i bond lattiero caseari fossero di oro zecchino e che le vacche argentine partorissero vitelli d’oro.
Pinocchio è una favola per bambini che forse non è solo una favola ma una profonda, feroce e involontaria(?) satira della società italiana. L’unico esempio di pamphlet della nostra letteratura. Cosa descrive Collodi? La storia di un burattino, ovvero di una testa di legno, di uno nato per farsi manovrare. Di uno che appena mette il naso fuori di casa, invece di andare a scuola, si fa convincere di poter calcare le tavole del palcoscenico dove però gli viene subito presentato il conto: Mangiafuoco che gli annuncia che, dopo averlo usato, lo brucerà per cuocere il suo arrosto.
Non ci vuole molto a riconoscere nel Pinocchio che arde dal sacro fuoco dell’arte le aspiranti veline e i partecipanti ai reality, aspiranti attori e attrici, indossatori e indossatrici, cantanti, ballerini e ballerine, insomma tutti quelli che ardono dal desiderio di sculettare anche davanti al più laido degli impresari per arrivare ad un successo che lambirà pochi e che invece ne brucerà molti. Chissà perché non c’è nessun film che ci racconta come finiscono le indossatrici che non diventano top model o che non riescono ad incastrare un cavaliere del lavoro? Forse sarebbe molto controproducente per il cinema, la TV e tutto il sistema dei media raccontare di quelle ragazzine che passano dal sofà del produttore di B-movie ai cespugli sulla Tiburtina.
Tornando al nostro burattino con i suoi zecchini d'oro. Chi sono i due furboni che gli promettono che, se semina le monete in un certo campo segreto, si ritroverà con un albero pieno zeppo di monete d’oro zecchino? Non ci vuole molto a riconoscere nel gatto e nella volpe alcuni rampanti e poco seri banchieri, finanzieri, faccendieri e promotori finanziari che ti promettono rendimenti tali che giurano potrai abbandonare il lavoro e vivere di rendita per tutta la vita. Su una favolosa barca da 1.2 milioni euro se ascolterai il loro canto melodioso. Potrai mettere il sederino d’oro a bagno nelle acque limpide di Eleuthera o in quelle di Malindi. E, ovviamente, questo senza che loro, i promotori, povere stelle, ci guadagnino se non il giusto per sopravvivere.
Insomma, visto da un punto di vista bancario, chi è Pinocchio se non il risparmiatore sognatore, quello che si crede l'unico furbo, quello che ascolta gattoni e volponi in gessato grigio e pochette nel taschino che gli promettono un futuro da favola, ottenuto senza lavorare e senza studiare?Una condizione che meravigliosamente si avvera nel Paese dei Balocchi dove tutto è permesso e dove perciò c'è una fine certa del nullafacente: diventare un asino che tirerà la carretta fino alla fine dei suoi giorni magari per pagare un mutuo trentennale. Come capita alla massa incolta ed informe di milioni di italiani poco amanti degli studi, ma molto amanti dei bagordi, che hanno chiesto a furor di popolo, ed ottenuto, una scuola di manica larga che non li prepara a niente. E che cosa è il pescecane che inghiotte Geppetto se non il lato oscuro della nostra società: le tangenti, i falsi, l’usura, la malavita, tutto quello che inghiotte anche gli innocenti padri che cercano di salvare i propri figli/burattini scapestrati, nullafacenti e sognatori per i quali si sono fatti sacrifici e debiti?
E questo burattino, simulacro di italiano, in che cosa spera quando vede persa ogni speranza?
Che una fata – la famosa Provvidenza manzoniana, un’azienda straniera, lo Stato - venga a salvarlo dalla catastrofe nella quale lui stesso si è ficcato per non ascoltare quei fastidiosi grilli sapienti.
Mi sembra che questa metafora descriva benissimo la condizione in cui vivono gli italiani: una forma di messianesimo laico, dove si aspetta sempre un uomo della provvidenza che ci liberi dai guai che ci creiamo per inseguire sogni irrealizzabili se non si è “amico dgli amici” o se non si scende a laidi compromessi: ricchezza senza lavoro, lavoro senza fatica, investimenti con altissimi rendimento ma senza rischi e banche che abbiano a cuore soprattutto il futuro dei nostri soldi.

Da dove deriva questa mentalità? Bisogna riandare con la memoria al capolavoro di Ermanno Olmi. “L’albero degli zoccoli” che racconta la miseria estrema di una famiglia di contadini lombardi dell’800, ma sarebbe stato lo stesso se fossero campieri siciliani o massari foggiani perché la miseria era la stessa in tutt’Italia.

Una miseria così profonda da dove siamo usciti da appena 50 anni che però non sono sufficienti a perdere quella mentalità di contadinacci che si credono furbi come Bertoldo e che sono invece più stupidi di Pinocchio come ben dimostrano i numerosi scandali bancari che, dal 1861, anno dell’unità d’Italia, hanno funestato il paese con scadenza quasi regolare come le Olimpiadi.

Unità d’Italia voluta da Cavour per salvare i Savoia dalla bancarotta, la cui colonna sonora, sin dal 1861 è stata un continuo assalto ai risparmi degli italiani da parte di una classe di imprenditori senza soldi, sempre indebitati fino al collo e che, già da allora, cercavano di salvarsi il sederino d’oro con scalate alle banche di cui erano debitori. Finché il disastro non finiva per coinvolgere pure le banche e si invocava il provvidenziale intervento del demiurgo di servizio, la fatina con la bacchetta magica, l’uomo della provvidenza. Allora vedevi capitani coraggiosi, i grandi imprenditori, correre con la strizza la culo dal grande banchiere a chiedere che le banche trasformassero i debiti in azioni oppure, quando il guaio era così grande ed ingestibile anche per gli gnomi del Cordusio, sponsorizzare una qualche resistibile ascesa di politici amici, ovviamente senza guardare al loro colore, che avrebbe avuto come conseguenza quella di scaricare sullo Stato il problema di industrie senza brevetti e senza soldi, banche troppo larghe di manica, e quello drammatico di milioni di lavoratori che si erano illusi che potevano lavorare in Italia e non dover prendere, come era giusto, la via dell’emigrazione da un paese che non potrà mai mantenere tanti italiche teste di legno.