
Non vi è stato un Proust napoletano perchè Napoli è una città totalizzante e manichea. O si è o non si è, perchè la differenza fra chi ha (anche solo in apparenza) e chi non ha è così enorme, come status e appropriazione di valori posizionali unici, che chi appartiene alla parte fortunata assolutamente dimentica la parte lacera e stracciona da dove è venuto, perchè ha paura di ritornarci, se la sua promozione sociale è stata ottenuta da una durissima scalata ad ogni costo, o la ignora del tutto perchè chi è nato, cresciuto e pasciuto a Chiaia, a Posillipo e al Vomero, dell'altra Napoli non ne conosce neppure l'esistenza.
Finchè un giorno triste il corpo malaticcio della città povera, non curato dalla borghesia intenta nei suoi riti fatti di burraco e inutili serate a dormicchiare a teatro, non si ammala sul serio e va in crisi. Oggi la monnezza, ieri la fine ingloriosa del Banco di Napoli, l'altro ieri il colera, domani chissà. Allora i riflettori si accendono sulla città, con fastidio della Napoli fortunata degli alti burocrati, dei professori universitari, degli imprenditori veri con dichiarazioni dei redditi "da nord-est" e, ovviamente, a quel punto non sapendo che fare, perchè non sono abituati a governare una città complessa e, stante il fatto che la politica è sempre stata delegata agli scalatori sociali per merito di partito, cioè gente che sa come si manipola un'assemblea sindacale ma non sa niente di management, alla fine invocano sempre una Roma che risolva. Ovviamente, Roma, basandosi sulla comoda vulgata che è tutto e sempre colpa della camorra, tesi avvalorata da libri e film di successo degli intellettuali organici alla borghesia latitante, alla fine manda uno scontato prefetto o commissario, cioè uno sbirro, che facendo la "faccia feroce" dovrebbe sanare tutto.
Qualche volta funziona e tutto ritorna come prima. Anzi, meglio di prima, perchè lo sbirro di turno viene convinto, fra una festa vista Vesuvio e una cena in un circolo nautico, che, per oliare i meccanismi inceppati, è meglio che Roma molli un po' di euro di cui, come in un paese del terzo mondo, si approprierà la solita borghesia, di solito assente, ma sempre pronta a sedersi davanti ad una tavola ben imbandita.
Un'occasione per chi faceva finta di Essere di mettere a posto anche l'Avere del conto in banca in rosso profondo, tanto che, per farsi la mesata in un buco a Capri, si era dovuto lasciare un conto scoperto dal salumiere o non si era pagata la retta alla scuola privata.
Perchè la verità che gran parte della borghesia napoletana non vuole fare emergere è che pure loro sono degli straccioni ed è ovvio che le signore "bene" che comprano sulle bancarelle dei mercatini non amino che si veda che sotto allo Chanel hanno la sottana di acrilico e le mutande di cotonina cinese.
E non credo che un Proust napoletano abbia molto da dire su una tale borghesia fasulla.
Di quella ha già detto Scarpetta in "Miseria e Nobiltà"!