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martedì 3 luglio 2012

I massaggiatori del LIBOR

Così i giornali inglesi chiamano quei banchieri sorpresi (dagli americani) a massaggiare il LIBOR.

Un massaggio che non ha niente di sessuale, come quelli che fanno in certi centri benessere tailandesi, e neppure terapeutico, come quelli che le signore si fanno fare a giugno per far dimunire la ciccia da peperonate e da troppo aperitivi shakerati.

Massaggiare il LIBOR, ma anche l'EURIBOR, è un modo pittoresco per definire una pratica truffaldina: alcune banche inglesi (infatti la L di LIBOR sta per London) truccavano il valore di questo indice per truffare altre banche e anche i consumatori.

In pratica, alterando i due indici, su cui sono basati prestiti e mutui, si procuravano un ingiusto guadagno ai danni di persone e istituzioni che credevano sulla bontà e l'imparzialità di chi gli indici li gestisce e che invece partecipava attivamente al gioco per procurarsi guadagni miliardari.

Qualcuno si è dimesso. A qualcuno la Regina ha tolto il titolo di Sir. Altri corrono il rischio di essere incriminati dalla magistratura inglese e per altri c'è la richiesta del Dipartimento della Giustizia americano di estradarli negli Stati Uniti.

Ma la conseguenza più grave è l'uragano di cause che sta per abbattersi sulle quattro banche inglesi coinvolte (Barclays, RBS, HSBC, Lloyd Banking Group). Cause che chiunque ha un mutuo o un invetsimento collegato a questi indici può fare. E sono risarcimenti per miliardi in qualsiasi valuta. Un colpo che può distruggere l'intera industria finanziaria londinese.

venerdì 29 giugno 2012

Comma 22 in Italia



Se un italico si accorge che gli hanno clonato la carta di credito inizia un percorso ad ostacoli per superare il mare di comma 22 sparsi a piene mani da burosauri pubblici e privati.

1) deve andare in questura a fare la denuncia

2) con la copia della denuncia va poi in banca

3) in banca gli dicono che il funzionario di polizia gli ha dato l'originale invece della copia

4) l'originale non può essere accettato dalla banca perché l'assicurazione non paga

5) nemmeno una fotocopia può essere accettata

6) l'italico deve ritornare in questura

6) se il funzionario non c'è, e se si chiede quando tornerà, gli dicono che dirlo è contro la privacy

7) allora si chiama il direttore della banca minacciando di togliere il conto sostanzioso

8) dopo due giorni la banca vi ridà la carta

mercoledì 10 agosto 2011

Controsterzo

Asfalto umido, entrata in curva in velocitá e si finisce in testacoda. Situazione che il 99% degli automobilisti non sa gestire, per la semplice ragione che quello che c'è da fare (e da fare subito!) é una manovra contro intuitiva: controsterzare velocemente per rimettere il veicolo in linea.

Poi magari uno fa un corso di alta guida e impara anche a fare una sbandata controllata, a gestire la macchina come i piloti di rally, sgommando sullo sterrato di impervie vie per un secondo in meno rispetto ai concorrenti, tecnica di guida che contiene un profondo insegnamento: un evento negativo può essere utilizzato a proprio vantaggio se tecnicamente gestito bene.

Ecco, questo é quello che sta capitando all'economia: sbanda dal 2007, e purtroppo i guidatori sono: o dei pivelli come Obama, uno che s'é capito é solo chiacchiere e distintivo, o come Angelina Merkel che, da ex abitante della DDR, paese dell'ortodossia comunista, non può capire l'economia di mercato e tantomeno gestirne una delle piú importanti al mondo.

Poi ci sono politici, gente che su un'auto non dovrebbe salire, nè come autista e neppure come passeggero per il pericolo che con il loro isterismo da fifa blu farebbero perdere la calma pure a uno Shumacher o a un Valentino Rossi. Sono i vari Sarkò in Brunì, Bambi Zapatero, Gordon Brown, Cameron, l'inaffidbile Papandreu e poi i nostri che da anni competono in uno squallido macchiettismo da avanspettacolo anteguerra.

E infine ci sono i tecnici, quelli che le auto non le guidano direttamente, quelli che dal comodo lussuoso sedile posteriore danno indicazioni al politico-autista, sia quando la macchina cammina e purtroppo anche quando comincia la sbandata, o peggio, quando loro credono di vederla una sbandata, per cui cominciano a lanciare gridolini isterici sull'economia surriscaldata da raffredare subito con un bella lievitata dei tassi.

Sono quelli delle banche centrali, quelli del fondo monetario, quelli delle agenzie di rating. Gente che non ha mai guidato nemmeno un banco di meloni, che ordina il da fare a politici-autisti impazziti dalla paura di scendere dalla lussuosa limousine che qualche milione di illusi gli ha affidato con il voto.

E di solito i tecnici fanno proprio quello che fa il pivello: invece di una bella manovra contro intuitiva, un energico, immediato contro sterzo, che fanno? Agevolano la sbandata muovendo il volante in tutte le direzioni, sembrano api impazzite quando un orso distrugge il loro comodo, tranquillo, pacioso alveare, tutto legge, ordine e operositá.

Uscendo dalla metafora, cosa avrebbero dovuto fare i manovratori una volta visto un inizio di sbandata?

Certamente non quella idiozia totale e contemporanea di FED e BCE di alzare i tassi, manovra stupidissima che ha solo inguaiato di piú quelli che avevano mutui e debiti da pagare.

Certamente non impaurire i governi alle prese con la disoccupazione con l'idea ridicola che uno stato non debba fare debiti, quando questa é una condizione per il sottosviluppo, come dimostrano le iniziative nei paesi del terzo mondo dove il micro-credito (ovviamente ben erogato) serve a far crescere l'economia e le condizioni di vita della gente.

Certamente andava sollevato il piede dall'acceleratore, ma non spegnere del tutto il gas togliendo credito a tutti, perché, alla fine della sbandata, bisogna rimettere in marcia il veicolo utilizzando la sua forza di trazione e non affidandosi solo alle forze inerziali, come stanno facendo tutti adesso sperando che il veicolo in testacoda la smetta di sbandare.

Bisognava restringere il credito a chi s'era troppo indebitato, ma non strozzare tutti, impedendo anche a chi ha saputo uscirne di poter continuare a marciare e magari prendere a bordo i lavoratori lasciati a piedi da chi non é stato bravo a gestirla la crisi.

E sopratutto, invece di dare prestiti alle banche - maggiori e sole responsabili del credito facile - la liquiditá doveva essere data in cambio dei mutui che loro gestivano, in modo tale che ai mutuatari i governi e le banche centrali potevano praticare tassi politici, cioé bassi, e quindi sollevare la gente dalla paura di perdere la casa, paura che blocca qualsiasi altra spesa, e contemporaneamente le banche avrebbero avuto la liquidita per prestare alle imprese buone.

Manovre contro intuitive: dare di controsterzo, ridare gas alla fine della curva, questo fa un esperto e, come si diceva, un pilota di rally può addirittura utilizzare la sbandata controllata per guadagnare secondi preziosi, per cui non sarebbe male qualcuno prendesse delle iniziative tali da evitare i testacoda ma anche far ripartire velocemente l'economia guadagnando su quelli piú fessi, meno preparati e meno coraggiosi.

Ma occorre che chi guida abbia tecnica e coraggio. I fatti dicono che mancano entrambe.

sabato 25 settembre 2010

Castelli di carta

Carmen Reinhart, economista, nel suo This time is different ci racconta otto secoli di follie finanziarie di cui quella scoppiata nel 2007, ma già in ebollizione nel 1994, è solo l'ultima, cui seguiranno, se non si prenderanno rimedi, altre crisi con effetti sempre più devastanti.

In parole povere la signora Reinhart ci dice che le banche mentono sapendo di mentire quando pubblicano bilanci dove si portano voci che non hanno nessun valore, come ipoteche su immobili che nessuno comprerà al prezzo di libro ma, al più, per un prezzo di realizzo... e se si trova il compratore!

Insomma, le banche sono ancora piene di carta senza valore, carta che vale meno della carta igienica, anche perchè questa carta non esiste, sono solo registrazioni in un computer di crediti virtuali creati su altri crediti virtuali, in un groviglio di cui i dirigenti delle banche hanno perso ogni controllo ed anche ogni possibilità di venirne a capo.

Infatti la signora Carmen prospetta una sola possibilità: che i governi mettano mano direttamente sulle banche, cioè le nazionalizzino, caccino a calci nel sedere (e speriamo senza liquidazioni milionarie) i dirigenti ciucci e presuntuosi, risanino i bilanci eliminando tutta l'immondizia finanziaria e le rimettano sul mercato risanate... che è poi una delle cose che dicevo già nel 2009 in questo post !!!

giovedì 23 aprile 2009

La caduta degli Dei

La stampa italica, in grossi guai perché la pubblicità scarseggia, oltre a dire sempre quello che fa piacere all'inserzionista che compra una pagina a 50.000 euro a botta, pecca sovente anche di omissione non riportando notizie sgradevoli che potrebbero colpire i loro inserzionisti e padroni, e certe volte, obtorto collo, cioè quando la notizia non può essere ignorata, allora mettono una bella sordina, così non si genera quel clamore che allarma i buoi borghesi che devono continuare a pompare i loro risparmi in strumenti finanziari pericolosissimi.

Uno di questi fatti è la lunga serie di suicidi collegati alla crisi delle banche, vuoi perché rovinati dai crack bancari oppure perché coinvolti in azioni truffaldine e omissione di controlli.

Siamo al Crepuscolo degli Dei: uno dietro l'altro i protagonisti e simboli dell'antico splendore si auto-distruggono per aver cercato di dominare il mondo attraverso l'oro e la magia, un desiderio di potere deve essere barattato con l'amore.

Ed è proprio la mancanza di amore che fa scaturire la follia dell'arricchimento senza limiti e a qualsiasi costo.
Ma può un umano vivere senza amore? No, e da questo la decisione di tanti di sparire dal mondo.

martedì 21 aprile 2009

Eutanasia Finanziaria

Con un tempismo sospetto, cioè non appena si è diffusa la notizia che le analisi sulle più grandi banche americane (i cosidetti stress test) pare non diano dati positivi, è uscita una dichiarazione di Thomas Hoenig, membro della FED, che, davanti al Congresso, ha detto che è meglio che le banche insolventi siano lasciate fallire, senza riguardo alla loro dimensione.

Inoltre, Hoenig, supportato dal Nobel Stigliz, dice che la ciambella di salvataggio statale distorce il mercato e prolunga la crisi perchè non aiuta a ripristinare la fiducia nel sistema.

La sua ricetta è che le banche con pochi problemi debbano darsi da fare per sistemare i conti, quelle con problemi un po' più grossi debbano semplicemente fare iniezioni di capitale per sopperire alle perdite, e quelle in guai enormi è meglio lasciarle fallire, anche se sono giganti del credito.

sabato 7 marzo 2009

Magia e Ingegneria

Nel giorno VI del mese III dell’anno di grazia 2009 D.C. accadde che una grande banca non fosse accessibile via web, cellulare o telefono dalle 22:00 di venerdì fino alla domenica successiva! Ovviamente, per motivi tecnici.


Chissà come fanno le centrali telefoniche a funzionare sempre.

Magia...... o Ingegneria?

Come direbbe Totò, da scompisciarsi dalle risate !

venerdì 20 febbraio 2009

Nazionalizzare necesse est

La signora Merkel, Angela di nome, ma non di fatto, ha varato una legge, per nazionalizzare le banche inguiate, che prevede anche l'esproprio a favore della Repubblica Federale dei Tedeschi che, ancora una volta, e anche se disturba qualcuno, dimostrano di essere i più furbi della classe.

D'altra parte che altro si può fare. Niente. Il buco è troppo grande e non lo si può riempire con secchiate di euro in bocca a banchieri ingordi, e sarebbe il meno, visto che sono sopratutto incompetenti e forse anche imbecilli.

Nazionalizzare dopo l'orgia liberista della supponente signora Thatcher, quella che mandò la gente dei SAS e i gurka di sua maestà a scannare i soldatini argentini alle Falkland, sembra un'eresia, ma se andiamo in fondo si scopre che potrebbe essere anche un buon mezzo per eliminare sia debiti fra le banche sia una parte del debito pubblico statale.

Il passaggio della proprietà di gran parte delle banche nelle mani dello stesso padrone permetterebbe di compensare debiti e crediti fra le stesse ed eliminare così un bel pezzo di titoli tossici, sopratutto se le compensazioni venissero fatte anche fra gli stati ormai proprietari della banche; della serie: io restituisco un titolo tossico a te e tu me ne ridai uno a me.

In Italia questa cosa avrebbe effetti spettacolari, assodato che molte amministrazioni locali e loro controllate sono oberate dai derivati che, in un'ipotesi di nazionalizzazione delle banche creditrici, potrebbero essere anche azzerati, con sollievo dei bilanci pubblici e diminuzione di tasse.

Progetto ardito? Ma, di fronte a quello che hanno combinato i banchieri, ogni progetto abbastanza sensato, per quanto estremo, sarebbe sintomo di estrema saggezza.

giovedì 5 febbraio 2009

Un po' di trading?

Un dì funesto, grazie al parlar forbito di un bel ingegno, si è prima demonizzata e poi demolita la tranquilla foresta pietrificata bancaria.
E da quel dì fatale i banchieri si sono buttati nel mercato con un'avventatezza di molto superiore a quella di Alice quando s'infilò nella tana del Bianconiglio, dove tutto è del tutto assurdo, anche se del tutto razionale, come il fatto che il Cappellaio Matto festeggi ogni giorno il suo Non-Compleanno.

Com'è finita lo sappiamo, però, a differenza della candida Alice, le banche non sono tornate dal paese delle meraviglie senza danni e con tanti insegnamenti in più.

Le ferite, tante e non ancora rimarginate, se non purulente, sanguinano ancora e, purtroppo, anche se colpiti nella loro pelle più sensibile, quella del portafogli, non pare che la severa lezione sia servita ai banchieri.

Anzi! Ieri un dirigente di alto grado, evidentemente mandato allo sbaraglio senza un opportuno media training, si è esposto al pubblico ludibrio quando ha invitato la gente a fare trading on-line, una mossa del tutto razionale, ma solo per lui!

E questo basterebbe a spiegare perchè questi emuli di Alice siano così messi male: mancano i fondamentali della comunicazione che, in una fase così critica, è essenziale padroneggiare per evitare di allargare il buco della credibilità.

Non è il momento di metterci pezze, oramai. Bisogna cambiare.
Come farebbe la Regina di Cuori: tagliando un po' di teste.

martedì 3 febbraio 2009

La madre dei fessi

Secondo una ricerca mondiale, fatta su 10.000 manager, la soluzione della crisi è, per il 53%, nella mani del business, cioè devono essere i privati a cavare il ragno dal buco.

Un 14% crede nelle istituzioni internazionali mentre il 12% aspetta la soluzione dal loro governo.

Un restante 19% crede che i governi debbano intervenire nell'economia, ad esempio, nazionalizzando le banche.

Questa quota è vicina al 20% della regola di Pareto dell'80/20, quella che dice che il 20% della popolazione possiede l'80% della ricchezza, che il 20% dei clienti produce l'80% del fatturato e che l'80% dei problemi sono dovuti al 20% del parco macchine.

Una regola strana ma sempre applicabile, e forse lo è anche in questo caso: il 19% dei manager mondiali dice che lo stato deve intervenire e forse questo quasi 20% è la parte che possiede l'80% dell'intelligenza e intuisce che questa crisi va risolta con mezzi eccezionali, che poi si riducono a passare alla UE l'intero sistema del credito e quello previdenziale.

Il denaro per questa operazione non è un problema perchè le banche valgono poco, alcune quasi niente, e buona parte del loro capitale è posseduto da altre istituzioni finanziarie, in un intreccio di scatole cinesi; e, se servono dei soldi, si fanno stampare, coscienti che la gente, con questi soldi in mano, può fare solo due cose: o li spende, con giovamento dell'economia, o li investe in attività produttive, perchè quelle parassitarie (cioè quelle puramente finanziare) non esisterebbero più.

martedì 27 gennaio 2009

Banche: che fare?

Il prof Garicano della London School of Economics ha dovuto fare qualche capriola verbale per (non) spiegare a Sua Maestà Elisabetta II perchè nessun economista avesse previsto la crisi , e pare che la regina ci sia rimasta così male della non-risposta che qualcuno dei suoi cortigiani s'è rammaricato di non essere ai tempi di Elisabetta Tudor che avrebbe fatto tagliare la testa all'impudente professore che se n'era uscito con una bestialità: ogni economista aspettava che qualche collega s'accorgesse della crisi prossima ventura.

Cosa del tutto falsa perchè Robert Shiller, che aveva già previsto la bolla internet in Euforia Irrazionale, aveva scritto, in Nuovo Ordine Finanziario, che sarebbe scoppiata quella immobiliare, causata da prestiti troppo facili, e presentava anche il rimedio all'incertezza, alla base di ogni credito, con la creazione di un archivio mondiale dove fossero censiti i dati finanziari di tutti i soggetti economici.

Tra il dire e il fare, e sopratutto l'ascoltare i saggi con la vista lunga, c'è sempre un oceano di chiacchiere nei salotti TV, e intanto la bolla scoppia e si tira dietro le banche ed il loro castello di strumenti finanziari, basati su altri strumenti effimeri, a formare un gomitolo inestricabile la cui risoluzione non può che essere quella di Alessandro quando tagliò il nodo gordiano con la spada, vale a dire che l'unica soluzione è del potere politico, che ha la forza per imporre soluzioni estreme.

Sicuramente, come suggerito da Robert Shiller, occorre creare questa centrale rischi mondiale, e se ne è accorto anche il serafico Trichet e i suoi scagnozzi, quando chiedono l'istituzione di una vigilanza europea (otto anni dopo la rabberciata introduzione dell'euro), ma occorre anche salvare, con un atto straordinario d'imperio, le banche tutte, anche quelle che non vogliono essere salvate e che stanno raschiando il barile.

L'unica soluzione è che gran parte del settore del credito nella UE, ma direi anche nel resto del nord del mondo, sia nazionalizzato o, come dice Jacques Attali, europizzato, in quanto la UE, che non ha debiti, ha la forza finanziaria per acquisire le macerie delle banche.

D'altra parte, eliminati gli arzigogoli dei derivati, la concessione del credito, basato su dati oggettivi, è cosa semplice e con poche regole: prestiti a tassi bassi a chi è solvibile, prestiti proporzionalmete più cari per gli altri, nessuna partecipazione al rischio d'impresa. Una semplice attività burocratica.

sabato 4 ottobre 2008

Doveva succedere ed è successo!

Un'indagine commissionata da CISCO su quale fiducia hanno gli americani nelle banche ha fatto emergere, ovviamente, che la gente non si fida più dei furboni in gessato d'ordinanza e faccia di corno vecchio.

Ma la cosa più interessante è che il 35% degli intervistati ha più fiducia in PayPal che nelle banche.
Wow! Un bel risultato per la macchina dei pagamenti di eBay!

Un fenomeno che per le dimensioni è veramente notevole, tenuto conto che PayPal è nata solo nel 2000, mentre ci sono banche che hanno secoli e secoli di (in)affidabilità!

Per me, personalmente, è una discreta soddisfazione perchè ne avevo parlato ampiamente nel mio libro L'Albero degli Zecchini, un'analisi molto irriverente di quei sepolcri lucidati a cera che sono banche e banchieri.

martedì 5 agosto 2008

Imprese nelle banche o banche nelle imprese?

Forse saprete che la casta italica è spesso bacchettata dalla UE perchè non applica subito le direttive europee, salvo qualche caso dove c'è un interesse a fare ambressa, ambressa.

Una di queste è quella che permette una più pesante partecipazione della banche al capitale delle imprese, infatti, la direttiva esaminata dal CICR a luglio vincola gli investimenti nelle imprese con riferimento al patrimonio della banca e non a quello della società partecipata.

Ci risiamo! Tutto si ripropone, come l'onda sulla battigia!

Dalla sciagurata unità in poi, le imprese cercano disperatamente di risolvere i loro problemi di denari andando a trovare gli zecchini d'oro, che non possiedono e non sanno guadagnare, accollando alle banche le proprie industrie cotte e decotte.

Diciamoci la verità: le industrie italiche, salvando la faccia di pochissimi (Armani & C.), sono senza denari e non possono nemmeno cercarli sul mercato per i frequenti scandali alla parmigiana; inoltre, non generano abbastanza valore aggiunto, per pagare tasse, stipendi, capitale e debiti, e quello che producono è di così infimo valore tecnologico che può essere ormai riprodotto anche nel Burkina Faso. Altro che Cina!

Insomma, consentire alla banche di rischiare i soldi dei risparmiatori in imprese boccheggianti, è solo la costruzione di una nuova IRI, diffusa e non statale e, se non è zuppa è pan bagnato, alla fine è sempre la gente comune che ci rimette.

Invece si dovrebbe lasciar operare il processo darwiniano in atto, con la crisi economica che elimina le imprese non adatte; nel contempo, favorire il mondo del Venture Capital che è l'unico che può far nascere nuovo valore aggiunto, da nuove imprese, con nuove idee e, sopratutto, con gente nuova.

martedì 4 settembre 2007

Finanza P2P: il fenomeno ZOPA

Al convegno di IDC, “The European IT Banking Forum 2006” le due relazioni più interessanti sono state quelle di Bob Giffords, analista indipendente del settore finanziario, e quella di Tim Parlett, uno dei fondatori di ZOPA, acronimo di Zone Of Possibile Agreement, un luogo sulla Internet dove la gente comune può offrire denaro in prestito ad altra gente normale, che ne ha bisogno, senza dover pagare salatissime intermediazioni alle banche che servono, soprattutto, a pagare i lautissimi stipendi dei banchieri, le stratosferiche parcelle dei loro consulenti ed i lussi megagalattici dei consigli d’amministrazione.

ZOPA è un esempio concreto di quello che Giffords ha descritto, come uno degli scenari futuri a breve termine, ad una platea di banchieri e bancari che si dividevano fra chi non credeva per niente alle parole dell’analista e chi, semplicemente, non aveva capito niente di come si sta evolvendo il pur statico settore finanziario, forzato a darsi una mossa a causa della diffusione delle tecnologie dell’informazione e soprattutto della Internet e del WEB 2.0.

Zopa è il posto dove una persona qualsiasi può chiedere prestiti alla community di chi offre denaro, altra gente normale che ha qualche soldo in più e che vuole far fruttare meglio di quanto gli possa offrire la banca. Il tutto in sicurezza e con grande semplicità perché il modello di ZOPA è un meccanismo che si basa su pochi punti di forza.

Chi cerca un prestito è analizzato da ZOPA utilizzando i dati messi a disposizione dalle centrali rischi e dai sistemi antifrode ed, ottenuta la storia finanziaria di una persona, è possibile ricavarne un grado di affidabilità che ne determina anche il rischio e di consegunza anche il tasso da applicare al suo prestito.

L’altro punto di forza è che il prestito è spalmato sulla platea di persone che offrono denaro e che intendono ricavare un interesse pari a quello che il mutuatario potrà pagare. In questo modo il rischio per ognuno degli offerenti è di poche sterline e quindi con poche probabilità di perdita dell’intero capitale investito. Un prestito di 500 sterline, ad esempio, è spalmato su almeno 50 persone che, al più, rischiano solo 10 sterline.

Il guadagno di ZOPA è una piccola quota per il servizio, che è infinitamente più bassa di tutte le commissioni che di solito si debbono pagare alle esose banche. Per ogni prestito ZOPA trattiene sul capitale prestato una percentuale dello 0,5% (zero virgola cinque) ed un altro 0,5% l’anno lo deve chi concede il prestito.

Due conti della serva: se chiedo 2.000 sterline, il costo per l’operazione è di 10 sterline, che è aggiunto al capitale da restituire. E basta! Dovrò restituire 2.010 sterline, mentre ne ricevo sul c/c bancario 2.000.

Chi presta paga lo 0,5% sul capitale prestato: se uno presta 1.000 sterline ne paga 5 come commissione, per cui, se presta al 7%, guadagna 70 sterline di interessi per ogni anno, da cui deve sottrarre le 5 sterline di commissione, per un totale di 65 sterline di guadagno.

Bello vero? Ma questo è solo l’inizio perché questi meccanismi possono essere facilmente replicati all’interno di quelle che Bob Giffords chiama “nicchie”, cioè comunità di persone che si conoscono, condividono interessi o fanno affari insieme e che possono trovare più conveniente fare transazioni finanziarie fra di loro piuttosto che subire l’intromissione ed i costi delle banche nei loro affari.

Come ha spiegato Tim Parlett è proprio questo il meccanismo che incentiva la gente a servirsi della finanza P2P: chi ha bisogno di un prestito cerca anche comprensione dei suoi bisogni e chi presta denaro non cerca solo il guadagno ma anche un compenso di tipo emozionale. E’ l’effetto eBay: non si partecipa alle aste solo per fare affari ma anche e soprattutto per fare un’esperienza. Fare un’esperienza è oggi l’elemento che, in alcuni casi, fa decidere di pagare un prezzo più elevato perché si riconosce che il caffè bevuto nella Piazzetta di Capri ha un valore molto ad di là del valore intrinseco del caffè anche se, ad onor del vero, solo un caffè preparato da qualsiasi barista sotto alla linea del Garigliano-Liri si può definire un caffè.

Ma ZOPA è anche e soprattutto una comunità ed il piacere di far parte di una community è un potente elemento di interesse, come dimostrano i milioni di gruppi che sono nati insieme ad Internet che è oggi passata alla fase successiva: al Web 2.0, il web della partecipazione, il web dove è l’utente che detta le regole, dove l’utente suggerisce i prodotti. E’ lo stesso effetto che avevano scoperto da tempo gli stilisti: sono le persone che fanno lo stile ed il lavoro del creativo è essenzialmente osservare lo streetwear, cioè quello che si porta, quello che la ragazzine inventano per sottolineare i loro corpi che sono molto diversi da quelli delle madri. Il compito dello stilista è quello di rielaborarlo in prodotti più fascinosi e, ovviamente molto più costosi perché branded. Nel settore della moda siamo già al Dress 2.0 dove il cliente fornisce l’input. Borse da donna con manici molto corti per portarle a giro manica per non essere scippate ed occhiali avvolgenti scuri per difendersi dalle luci stroboscobiche delle discoteche sono le cose nate dall’osservazione della vita di tutti i giorni.

Ma l’appartenenza ad una community non è il solo e nemmeno il più importante elemento perché giocano anche potenti forze psicologiche come: il voler rendersi utili agli altri (sindrome del boy scout), il piacere di aver fatto un affare (l’affarista), ed anche quello ancora più potente di fottere le banche (il graffitaro). Tutte sindromi umane di esseri umani che vorrebbero essere trattati, anche dalle paludatissime e laccatissime banche, come persone e non come numeri di conto da prosciugare mediante fantasiose commissioni che alla fine sono percepite, né più né meno, come un pizzo camorristico che non è per niente una bella esperienza.

ZOPA è un classico effetto long-tail: molti piccoli prestiti generano tante piccole commissioni che alla fine sono più consistenti in volume di grandi commissioni su prestiti anch’essi molto grandi che però implicano anche rischi più grandi. Un metodo da applicare molte altre situazioni bancarie dove, ad esempio, si potrebbero dare micro prestiti a basso interesse che, come dimostra l’esperienza di Yunos, il banchiere dei poveri, hanno alti tassi di ritorno. In parole povere: meglio tante uova domani che tirare il collo alla gallina oggi come fanno invece i signori delle carte revolving o quelli che adeguano automaticamente il tasso dei mutui alle incomprensibili manovre della BCE, un’altra istituzione che si illude di guidare un’economia complessa come quella di EU-27, con la sola leva del cambio.

Come pilotare un Jumbo con il joystick della Playstation.

No Brand? No party!

Il settore finanziario italiano è uno dei più lenti nell’adattarsi ad un mondo che è fondamentalmente guidato e dominato dal brand. Per quanto Naomi Klein si possa far venire crisi isteriche e sturbi vari, il brand ed i suoi elementi costitutivi (fra cui il famigerato ed odiato logo) è ancora oggi, e lo sarà a lungo, il maggior veicolo di attrazione e fidelizzazone del cliente. Questo perchè il brand riassume in maniera iconica una serie di punti di forza che sono alla base delle scelte del consumatore che, a differenza di quanto pensano tanti, sono quasi sempre scelte per niente ragionate ma molto più decise in modo automatico o, molto al limite, in modo semi automatico.

D’altra parte l’origine stessa di brand (etimo di “torcia” e per traslato “marchio impresso a fuoco”) deriva dalla necessità di quei pittoreschi ubriaconi scozzesi di essere certi che il whisky, di quello buono invecchiato 12 anni come piace a Michele, fosse quello sul quale il produttore avesse impresso il proprio logo e certificato così il prodotto. In una taverna scozzese, alla luce fioca delle torce, e con la vista annebbiata dai fumi dell’alcol, il consumatore in kilt indicava la botte con quel logo e così si risolvevano anche pericolose dispute che potevano finire a colpi di claymore, le pesanti spade che ogni buon selvaggio scozzese portava sempre con se finché i loro più selvaggi cugini inglesi non li fecero a pezzi nella battaglia di Culloden Moore dove ogni velleità indipendentista si squagliò come neve al sole dopo che i dragoni inglesi passarono casa per casa e uccisero vecchi, donne, bambini. E Handel, dietro compenso, of course, compose l’oratorio “Judas Maccabaeus” in onore del Duca di Cumberland che è sicuramente fra gli avi di quegli raffinati banchieri della City che non fanno sconti quando si tratta di massacrare le aziende avversarie. Meditate gente, meditate: dietro ad ogni laureato a Cambridge c’è sempre qualcuno i cui antenati scannavano feriti scozzesi a Culloden Moore il 16 aprile del 1746, cioè appena 260 anni fa.

Dato agli inglesi quello che gli spetta, ritorniamo al brand ed alle ragioni della sua importanza anche per le banche. La forza del brand sta nel fatto che anche oggi il consumatore non ha tempo per districarsi nella bolgia continua di comunicazione istituzionale e pubblicitaria da cui viene continuamente bombardato. In questo frastuono deve comprendere nella numerosa offerta, e per ogni settore economico, qual è il meglio per se, ed in questo tentativo di uscire con un suo vantaggio dalla foresta di messaggi la strada più semplice è quella di dare fiducia a quei marchi che “emozionalmente” gli ispirano fiducia. Perché in un paese in via di sviluppo è meglio bere una CocaCola piuttosto che una qualsiasi Local Cola? Perché “a naso” sappiamo che anche l’imbottigliatore locale della Coca Cola deve rispettare severe regole imposte da Atlanta che sicuramente non vuole perdere ne i consumatori ne la faccia, cioè la forza del suo brand.

Perché un brand deve soprattutto dare fiducia al cliente, fiducia che il prodotto/servizio fornito sia in linea con le sue aspettative e con le promesse che il fornitore fa implicitamente. Chi compra Mercedes o BMW si aspetta una certa qualità di prodotto e la sua scelta fra due prodotti simili dipenderà solo dal messaggio emozionale che il prodotto gli ispirerà. Ovviamente il prodotto deve avere le qualità per competere ma è stato ampiamente dimostrato che fra prodotti simili il consumatore sceglie quello che gli trasmette fiducia, affidabilità e, strano a dirsi, che gli racconti una storia. E qui le banche italiane stanno messe moto male perché di storie, nel senso di monster balls ne hanno raccontate tante ai loro clienti che invece vorrebbero che il loro marchio raccontasse una storia di successo, che il loro brand bancario sia rappresentato da AD presentabili, gente che sa portare bene lo smoking, con una bella famiglia, che sappiano stare lontano dagli scandali, insomma qualcuno in cui identificarsi e non l’impiegata con due belle mezzelune di sudore sotto alle braccia, i capelli sporchi e l’aria che piuttosto che pensare al tuo danaro sta pensando che non si è ancora potuta cambiata l’assorbente.

Questo vale sempre e spiega perché la classifica dei top brand vada di pari passo con le fortune aziendali, tanto che esistono valutazioni di quanto vale un marchio in termini economici e non sorprende che i brand che valgono di più sono anche quelli delle aziende che sono al top delle classifiche generali e di settore.
E’ stato provato che avere un brand conosciuto dai consumatori, anche nel settore finanziario, è un elemento che dice immediatamente se la banca funziona meglio dei competitori perché una banca con un brand che abbia un valore funzionale ed emozionale fornisce ai suoi stake holders una promessa di efficacia ed efficienza, soprattutto se il brand serve a condividere una stessa identità. In parole povere un brand diventa un’icona, una bandiera di un’azienda di cui si è orgogliosi di fare parte come cliente, dipendente ed azionista. Qualcosa di lievemente irrazionale che, alla fine, somiglia molto all’amore perché è proprio questo l’effetto finale di un brand: suscitare amore verso l’azienda. Un amore che deve continuamente ravvivato ed essere diffuso in tutta l’organizzazione e che di solito è sintetizzata in uno slogan aziendale, la tagline che appare sui siti delle aziende di successo “Your potential. Our passion” è la tagline di Microsoft. “You & Us” quella di UBS, “The world local bank” quella di HSBC, “La banque du un monde qui change” quella di BNP Paribas.

Al contrario nelle nostre banche di solito è molto difficile trovare una frase che descriva sinteticamente l’essenza dell’azienda. Anche un dipendente di vecchia data non riesce a dare con un immagine semplice, immediata e pregnante l’essenza della sua azienda. D’altra parte è comune esperienza sentire l’impiegato allo sportello che smoccola sull’azienda che gli sta pagando lo stipendio, le rate della macchina, il mutuo e la scuola di pianoforte della figlia con velleità artistiche. Ma d’altra parte che fanno le aziende finanziarie per pompare il brand? Assolutamente niente o, quando lo fanno, si danno da fare con soluzioni fatte in casa come quella banca che aveva scelto un logo veramente orrendo, senza senso ed anche fuori contesto che però aveva il pregio di piacere all’AD che ha imposto che quella schifezza troneggi su tutte le agenzie della banca anche se aveva lo sgradito secondario effetto di dare fastidio agli automobilisti perché le sue luci multicolori si confondeva con i semafori.
E se volete toccare con mano un esempio di totale ignoranza del valore del brand nelle banche italiane lo si può sperimentare in maniera molto semplice su Internet.

Premettiamo che, con pochi soldi, frazioni infinitesime dei costi di una banca, è possibile far digitare un nome internet senza il www iniziale e questo per agevolare il navigatore, ma anche perché l’azienda ha contezza del fatto che il suo è un brand affermato e conosciuto. Provate a digitare ibm.com o cocacola.com o uno qualsiasi dei global brand e sarete portati sul sito istituzionale dell’azienda. Ovviamente funziona anche ibm.it o xerox.it perché il www è roba per il sito di una paninoteca. Se ne accorto anche Beppe Grillo che può essere raggiunto a beppegrillo.it.

Provare anche: hsbc.com, bankofamerica.com, barclays.com, bnpparibas.com, socgen.com, abnamro.com, citi.com, deutschebank.com, rbs.com, jpmorgan.com, morganstanley.com, ubs.com, ing.com, creditagricole.com, abbeynational.com Funziona! E qualcuno ha anche comprato i siti .eu.

Ora fate la stessa prova con le maggiori banche italiane. Unicredit.com non esiste, capitalia.com è stato scippato da uno più lesto di Geronzi. Intesasanpaolo.com non esiste. Ma non esiste nemmeno intesa.com, mentre sanpaolo.com porta ad una pagina anonima dove qualcuno si scusa del disagio. Generali.com non esiste, generali.eu parla di generali e di battaglie e mediobanca.com porta ad un sito che tratta oro che è abbastanza vicino alle attività bancarie ma non è la Mediobanca. Unipol.com appartiene ad altri. Ubibanca.com non esiste. Alcuni nomi sono addirittura liberi e possono essere comprati: una bella pacchia per i phisher.

Che significa tutto ciò? Semplicemente che, in generale, le banche italiane non hanno alcun attenzione al brand, il che potrebbe voler anche dire che loro dei loro stake holders non se ne fottono assolutamente niente. Basta che, come quel fesso di Pinocchio, portino in banca gli zecchini e poi, se lui vuole trovarci via web o via call center, è un fatto assolutamente secondario e neppure da incoraggiare perché il cliente è solo un grosso fastidio che distoglie dalla impellente necessità di andare a cazzegiare al bar di fronte.