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venerdì 13 luglio 2012

Progresso per tutti

Per due volte oggi mi sono imbattuto in Henry Ford. La prima volta parlando con un ex collega che mi citava una bella frase dell'uomo che mise l'America su quattro ruote: "Non c'è progresso se non è progresso per tutti". Frase che ben s'accorda con l'aneddoto riportato nel libro Race Against the Machine , un saggio che analizza la disoccupazione crescente come ingenerata dall'automazione e del perché, piuttosto che combattere la macchina, dobbiamo imparare a convivere con macchine che oggi sono in grado di sostituire anche milioni di colletti bianchi, dopo che hanno eliminato di milioni di braccianti e altrettanti milioni nell'industria e nella manifattura.

Ford, mostrando al capo del sindacato dell'auto (UAW) le linee piene di robot, disse scherzando: adesso prova a farti dare il contributo sindacale da questi operai. E il capo del sindacato, con prontezza: e tu prova a fargli comprare le tue auto.

In questo scambio di battute c'è la ragione della crisi che, almeno negli USA, ha lo strano aspetto della jobless recovery, con aziende che fanno tanti profitti, i più alti degli ultimi 50 anni, ma non assumono più nessuno, anche se i salari sono i più contenuti degli ultimi 50 anni.

La ragione è che le imprese hanno colto l'occasione della crisi per fare una manovra contro intuitiva, hanno investito in automazione e in organizzazione, e hanno cominciato ad eliminare i lavoratori semi-qualificati, quelli che possono essere sostituiti da macchine o da processi gestiti da macchine che parlano ad altre macchine che magari sono di altre aziende.

E tutto questo perché i costi dell'automazione sono terribilmente scesi in proporzione alla potenza di calcolo disponibile oggi, ed anche perchè le aziende e le persone sono sempre connesse, e questo facilita il dialogo fra sistemi eterogenei di aziende diverse e permette ai lavoratori più qualificati di poter lavorare continuamente, attraverso il loro smartphone o attraverso un tablet, dialogando da qualsiasi parte del mondo con i sistemi informativi aziendali o quelli di terze parti.


Le aziende premiano con salari importanti questo tipo di lavoratori super star, mantengono a salari bassi quei lavoratori non qualificati, di cui c'è un'abbondante riserva nazionale o d'importazione, ed eliminano quelli che stanno in mezzo, la gente della classe media facilmente sostituibile dalle macchine, la cui potenza di calcolo è oggi abbastanza grande per fare cose che una volta faceva un impiegato ma non ancora abbastanza da poter guidare una gru, un camion, fare un'iniezione a un ammalato, fare la manicure o tagliare i capelli a una signora. Così come le macchine non hanno le capacità creative, di intuito e di relazione che devono avere i lavoratori di alto livello: Amministratori Delegati, Direttori Marketing, Direttori Finanziari, Direttori di Sistemi Informativi, Responsabili di Produzione.

Lo scenario è quindi quello di una massa di persone, spesso di mezza età, che non può più lavorare come faceva prima, non può accedere ancora alla pensione, non è in grado di assicurare ai figli possibilità di accedere all'università che oggi è l'unico mezzo per poter essere considerati nell'universo lavorativo dove si richiedono solo elevate conoscenze.

Un panorama che i politici non comprendono, anche perché tendono a imputare il problema della disoccupazione ad altri fattori (inflazione, globalizzazione) quando la ragione dei bassi consumi è molto semplice: i lavoratori ad alto reddito, gli imprenditori, i professionisti e gli investitori, soddisfatte le loro esigenze primarie e secondarie, hanno abbastanza reddito da metterlo da parte e non spenderlo, mentre i lavoratori di basso livello, con salari di mera sopravvivenza, non solo non riescono a soddisfare le loro esigenze primarie, ma devono pure indebitarsi per soddisfare qualcuna delle secondarie, magari facendo mutui su mutui e prestiti su prestiti, per consumi comunque irrisori.

Gli altri, quelli espulsi dal mondo del lavoro, vivono di terrore, consumano i risparmi, cercano di riciclarsi, senza però un aiuto che li faccia accedere a conoscenze superiori che permettano loro di accedere ai lavori di livello superiore.

Una situazione non gestita, che non viene compresa neppure dal sindacato, uno dei maggiori responsabili della disoccupazione avendo fatto inutili battaglie per difendere posti di lavoro che sono comunque spariti, aderendo alle profferte idiote dei datori di lavoro marginali, quelli che hanno creduto di salvare le loro attività abbassando (di fatto) i salari, e rimandando di qualche anno la morte delle loro aziende dove avrebbero dovuto investire in automazione salvando quella parte del personale che poteva convivere con le macchine.


E anche le manovre dei politici, bacchettati dalle banche centrali per mandare la gente in pensione quando più tardi è possibile, non servono a molto in quanto la gente rimane a lavorare (se c'è ancora il posto di lavoro) ma con una produttività sempre più bassa perchè non coadiuvata dall'automazione, e perché è stato dimostrato che il lavoratore, pagato male e terrorizzato, produce poco, con buona pace dei metodi di galea veneziana che un ministro voleva applicare ai lavoratori, sia pubblici che a quelli privati. E se si produce poco, si vende poco, e se si vende poco s'incassano poche imposte e pochi contributi.


La soluzione non è semplice, e come al solito, contro intuitiva: bisogna prendere atto che molte persone non sono ricollocabili perchè non in grado di convivere con le macchine, e quindi, o vanno riaddestrate e guidate verso nuovi percorsi di vita, o vanno pensionate senza falsi moralismi, altrimenti avremo quelle situazioni, già purtroppo viste, di aziende che si spengono lentamente, con uno sciupìo di soldi, spesso pubblici, che non possono resuscitare uno zombie che dovrebbe poi utilizzare le residue meschine forze contro macchine sempre più potenti.

Dobbiamo utilizzare le possibilità delle macchine per far progredire tutti, altrimenti perderemo tutti.

sabato 28 febbraio 2009

Sessanta milioni di baionette

Radio24 ha sparato eccitatissima la notizia che siamo finalmente sessanta milioni di italici, extracom compresi.
Una notizia che fa il paio con le geremiadi ascoltate a un convegno, sempre del Sole24Ore, dove si paventava che, fra 50 anni, e se le donne italiche non si mettono a figliare come coniglie, gli italici saranno solo 40 milioni.
Ma a che serve essere in tanti?
Perchè servono giovani per pagare le pensioni ai vecchi, si dice.
Però si vuole anche si vada in pensione a 65 e forse anche a 70 anni, per cui a una persona rimarrebbero solo 20 a 16 anni di vita alle spalle di chi lavora e, sopratutto, di produce qualcosa di vendibile e di esportabile per comprare petrolio per riscaldarci.
Ma, con l'avanzare dell'automazione e della robotica, a che serve tanta gente?
Con la crisi attuale quanti ex operai dovranno riciclarsi come portinai al posto di extracom?
Quante operaie, invece di sporcarsi di grasso di macchina, andranno a fare compagnia a una povera anziana oggi affidata alle cure, spesso non amorevoli di una badante slava?
E qualcuno calcola quanto costa il fatto che per ogni persona si devono bruciare 4,94 litri di petrolio greggio al giorno?
E ovviamente nessuno ricorda che a Mussolini gli otto milioni di baionette non sono serviti a niente contro i bombardieri che demolivano le città italiane, comodamente, da 20.000 piedi.

lunedì 10 settembre 2007

L'impotenza di TPS

Ovviamente nulla ci interessa degli ormoni di TPS, ma molto di più la sua incapacità di tagliare la spesa pubblica, come ha dichiarato in un intervista al Corriere. Il succo del discorso di TPS è che la voce di spesa che cresce continuamente, e che è molto difficile tagliare, è quella per il personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche statali e periferiche. E, a questo punto, la maggior parte degli italiani si sarà detta: e questo lo sapevamo pure noi. Quello che però non è chiaro è perchè TPS dice che è difficile ottenere risparmi da questa voce.
La spesa (in crescita) per il personale pubblico è stata nel 2005 di € 148,7 miliardi e TPS si propone di ottenere dei risparmi man mano che i dipendenti pubblici siano messi in pensione, e qui potremmo anche essere d'accordo in quanto un dipendente pubblico che va in pensione prende dallo Stato (perchè è sempre lo Stato che gli deve dare la pensione) circa un 17% in meno, per cui ad ogni pensionamento c'è un risparmio evidente, oltre a quello nascosto che è il costo del posto di lavoro (telefonate, PC, riscaldamento, elettricità, cancelleria, arredi).
Ovviamente TPS aspetta che la gente se ne vada in pensione, anche se, di contro, si fa di tutto per tenerli in servizio allontanando pure per gli statali l'età pensionabile. Però ci vuole tempo ed conti dello Stato, che paghiamo noi con salatisse tasse, non aspettano e perciò forse sarebbe bene fare come fanno molte aziende private quando hanno problemi di bilancio: tagliare il personale senza bisogno di aspettare che maturi l'età della pensione.
Perchè è inutile prenderci in giro: moltissimi dipendenti pubblici sarebbero ben felici di farsi accompagnare alla porta se potessero mantenere, anche ridotta, una retribuzione che magari non si chiamerebbe più stipendio ma pensione.
O davvero TPS crede che tutti i 3 milioni e passa di dipendenti pubblici sono lì per lavorare sul serio?