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giovedì 27 dicembre 2012

Case a prezzi popolari


Puntuale come certe ricorrenze, ogni tanto si scopre che numerosi potenti della genìa dei politici, dei sindacalisti, dei giornalisti e delle loro commarelle piazzate in posti sicuri, abitano appartamenti di enti pubblici per i quali pagano canoni irrisori che, tenuto conto di dove si trovano, (quasi sempre quartieri centrali ed eleganti), costano al metro quadro molto meno di quanto costi l'affitto di una casa popolare.

Di solito questa cosa sta sui giornali per un paio di giorni e ho l'impressione che serva da tappabuchi quando non ci sono da raccontare: stupri, mamme amorose che massacrano i figli venuti male, fidanzati maneschi e tanto studiosi di ogni tipo di pornografia, insalatona di studenti di vari paesi che fra un orgia e una sniffatina finiscono per massacrarsi a vicenda nonchè le immancabili storie pruriginose della Casta poco casta.

Poi, un rigore non concesso alla Juve, o uno di troppo concesso alla Juve, fanno passare in second'ordine gli affitti di favore a favore ai potenti, e tutto resta come prima, anche più di prima; e quando si cerca di mettere rimedio - vendendo queste famose case del patrimonio pubblico - si finisce come quando alcuni duri e puri della politica comprarono loro le case degli enti pubblici per qualcosa che era meno di un piatto di lenticchie.

mercoledì 23 maggio 2012

Il paese ineguale


Dumont, in Homo Hierarchicus, analizza il sistema delle caste indiane, ne spiega la sua funzione in una società agricola dove le regole disciplinano i rapporti fra gli umani creando una società olistica, cioè volta essenzialmente a mantenere l'ordine attraverso comportamenti obbligatori e conformi alle leggi.

Nel 1977 Dumont pubblica Homo Aequalis, un saggio fortamente contrapposto al precedente perché esplora le società basate sulla parità, caratteristica delle società occidentali che sorgono dopo la Gloriosa Rivoluzione inglese del 1688, rivoluzione nata dall'esigenza moderna di privilegiare la libertà di impresa, ma anche quella di prestare lavoro per chi paga meglio e dove si vuole, libertà connaturate alla nascente società industriale che può esprimersi al meglio solo se si eliminano i monopoli, le servitù e i privilegi tipici della Casta.

Non a caso la classe dirigente italica si è finita per associarla ad una Casta (superiore) indiana o all'Ancien Régime pre rivoluzione francese. Perché, pur formalmente un paese democratico, cioè basato sulla parità di diritti e dei doveri, lo stato italiano è rimasto quella sabaudo-papalino dove anche la struttura della Pubblica Amministrazione ha il solo scopo di mantenere un regime olistico, cioè basato sulla conformità alle norme e oggi degenerato nel conformismo più codino.

Anche nella nomenclatura si ravvede la gerarchia: mentre nei paesi di uguali il dipendente pubblico è un public servant, da noi è un pubblico ufficiale a far notare anche nel lessico che l'impiegato allo sportello fa parte di una gerarchia che da ordini ai cittadini (ma sarebbe meglio ai sudditi) e pretende da questi continue prove sotto forma di certificazioni da esibire ad altri pubblici ufficiali, un che evidentemente opposto alla cultura anglo-americana dove non esitono neppure i documenti d'identità e dove numerosi tentativi di introdurli sono stati rifiutati con battaglie civili non di poco spessore.

Ovviamente, questa disuguaglianza scende per rami: lo stato ordina alle sue emanazioni e queste ai loro dipendenti che impongono la conformità ai sottoposti di livello inferiore, e tutto questo porta a una totale sudditanza degli enti periferici che, non potendo autoregolarsi, nè stabilire, incassare e gestire proprie imposte e tasse, sono essenzialmente enti locali delegati dal potere centrale, senza alcuna responsabilità su quello che spendono visto che non lo raccolgono.

Insomma, è grasso che cola che l'Italia sia riuscita ad avere una crescita per un certo periodo: nonostante una casta che estraeva ricchezza dalla società produttiva, questa riusciva a produrre abbastanza valore aggiunto da poter mantenere un gruppo di parassiti improduttivi.

Ma ogni casta subisce continui attacchi da parte di bande che intendono sostituirla e questo porta a lotte intestine o all'allargare i privilegi ad altri gruppi antagonisti, con il conseguente aggravarsi del fardello di tasse, imposte e balzelli scaricati sul ceto produttivo.

E questa in breve la ragione della crisi che affligge il paese: una società gerarchica, una classe dirigente famelica che aggiunge continuamente posti a tavola per allattare nuovi banditi.

sabato 20 febbraio 2010

Corruzione naturale

In un paese povero la corruzione è naturale e non eliminabile.

Sono decenni che l’economia è ferma, i denari sono bloccati in immobili e BOT, nessuno investe in nuove iniziative, abbiamo mancata la rivoluzione digitale e non siamo inseriti nel processo di globalizzazione (come ha spiegato Salvatore Rossi di Bankitalia al Corriere il 18/2/2010 presentando il suo libro Controtempo), la torta non cresce più, le fette sono assegnate, la mobilità interclasse è impossibile con mezzi normali.

Si va perciò in politica per fare soldi e si diventa sodali dei politici per fare soldi.

La P.A. centrale e periferica è pletorica e perciò paga stipendi bassi a troppa gente che, per permettersi cose adeguate allo status conquistato, si fa corrompere o crea occasioni per spesa improduttiva, a meno che la sorte non mandi un bel disastro su cui allattare.

mercoledì 13 gennaio 2010

Immigrazione e sistema delle caste

Nel ponderoso saggio "Homo Hierarchicus" (1966) l'antropologo Louis Dumont esamina il sistema delle caste indiano e spiega le ragioni economico-sociali di questo fenomeno che, per certi versi, si sta incistando anche nel nord del mondo.

La verità che Dumont scopre è che le caste inferiori in India, sopratutto quelle degli intoccabili, sono colà ristrette e costrette perché sono anche quelle che si devono occupare dei lavori più sporchi, quali lo spurgo delle latrine, la cura delle bestie e la concia delle pelli.

Guarda caso le stesse attività che sono svolte dagli immigrati nel nord del mondo, attività generalmente rifiutate, anche se pagate decentemente, dai lavoratori del nord del mondo; se a questo aggiungiamo che diventa sempre più difficile superare le barriere fra le classi, visto cosa occorre spendere per procurarsi i migliori studi e le migliori abitazioni, ed avremo, anche verso l'apice della piramide sociale, la creazione di caste praticamente chiuse, anche se, imperante (formalmente) un regime democratico tutti possono (a chiacchiere) aspirare a superare la barriera di casta.

Abbiamo quindi alle nostre latitudini la riproposizione di un modello dove al vertice ci sono coloro che non debbono lavorare e alla base della piramide coloro che debbono sobbarcarsi il lavoro più sporco, pericoloso e spesso degradante; la cosa curiosa è che anche la malavita adotta lo stesso modello con l'affidamento all'immigrato dei compiti più a rischio (lo spaccio) o quelli più schifosi (la prostituzione).

Il tutto mi sembra un bellissimo risultato dopo che ci sono state diverse sanguinose rivoluzioni liberali e socialiste: siamo passati dal servo della gleba al cittadino liberato dalla presa della Bastiglia, e siamo ritornati ancora più indietro con un sistema di schiavitù volontaria per bisogno.

mercoledì 26 settembre 2007

Il pesce fete dalla coda

Italiani (forse) in rivolta per le malefatte della classe dirigente denunciate dai grilli parlanti e da giornalisti molto documentati sulle pagliuzze d'oro nell'occhio dei politici ma con grosse opportune fette di prosciutto sui loro occhi quando si tratta di guardare anche alle diffuse malefatte degli stessi cittadini sudditi italici che, come Pinocchio, prima vanno a leccare il culetto al Mangiafuoco del momento, per averne prebende e favori, e poi invocano una Buona Fatina per toglierli dai guai che loro stessi hanno contribuito a creare.
Guardiamo ai giornali, anche quelli nazionali, quotati in borsa e con bilanci in attivo. Nel 2006 hanno avuto da mamma Roma ben 667 milioni di euro pari a 1.291 miliardi di lire.

E i giornalisti? Chissà perchè, loro, i censori della pubblica moralità, debbano avere lo sconto per i viaggi sui treni di Trenitalia, una società formalmente per azioni che però continua a fare sconti ai privilegiati e far pagare il biglietto intero a tutti gli altri poveri fessi.

Tanto per esempio: Milano-Roma in Eurostar AV per i comuni mortali costa in prima classe 74 euro e 51 in seconda, mentre i giornalisti fustigatori di costumi pagano rispettivamente 66,60 e 45,90. Non è tanto, ma anche questo è privilegio di casta non proprio così casta.

Roma sarà pure ladrona ma alla zizza gonfia della lupa capitolina non allattano solo Romolo e Remo!